28 Gennaio 2026
Corriere della Sera
Alberto Mingardi
Direttore Generale
Joel Mokyr
Argomenti / Teoria e scienze sociali
«Non abbiamo ancora visto niente, e il meglio deve ancora venire». A Stoccolma, nella sua lezione Nobel, Joel Mokyr ha voluto lanciare un messaggio controcorrente. Per lo storico dell’economia della Northwestern University, mettendo le cose nella giusta prospettiva ci accorgiamo di vivere in tempi straordinari. In positivo. «Faccio solo due esempi. Primo, il Covid. Sarebbe stato meglio non passare per una pandemia, ma quando arrivò la Spagnola la scienza non aveva la minima idea di che cosa si trattasse. Col Covid-19, non solo abbiamo capito che si trattava di un virus nel giro di pochi giorni ma abbiamo avuto la sequenza genetica nel giro di sei settimane e un vaccino in un anno. Diciamocelo, quale società è mai stata in grado di venire alle prese con una pandemia a quella velocità?».
E il secondo esempio?
«Sono giunto alla conclusione che riusciremo a fronteggiare il cambiamento climatico non tramite un accordo politico — che non mi sembra plausibile — ma tramite i progressi tecnologici. Abbandoneremo in larga misura i combustibili fossili. E svilupperemo modi per estrarre anidride carbonica dall’atmosfera e forse invertire il riscaldamento globale, non solo contenerlo. Dalla ricerca, ogni giorno, arrivano notizie incoraggianti».
In molti sostengono che l’innovazione tecnologica sia in qualche modo responsabile dell’ascesa del populismo. Il mondo cambia a un ritmo troppo veloce e alcuni segmenti dell’elettorato si sentono marginalizzati.
«C’è una parte di verità. Gli choc tecnologici richiedono adattamenti istituzionali. Nel caso di cambiamenti molto rapidi, le istituzioni potrebbero non riuscire ad adattarsi e il divario tra le nostre capacità tecnologiche e le nostre strutture politiche potrebbe ampliarsi sempre di più. Alla tecnologia non possiamo chiedere leader migliori…».
Molti sono preoccupati dell’impatto dell’intelligenza artificiale…
«Non è la prima volta che ascoltiamo previsioni catastrofiche. Quando è stato introdotto il personal computer, c’era gente che profetizzava che i computer ci avrebbero sostituito. In realtà penso che il vero problema che il genere umano affronterà nei prossimi decenni sarà la carenza di manodopera. Ci saranno sempre più persone che non lavoreranno, in gran parte perché sono anziane, ma anche perché ci sono molte alternative più divertenti al lavoro e le persone le preferiscono. Una qualche combinazione di IA e robotica sostituirà i lavori che gli individui non vogliono fare. Il mondo avrà bisogno di un numero incredibile di persone per cambiare i pannoloni a vecchi come me, quando non sarò più in grado di farlo… Non è che la gente sia in fila per fare questi lavori. E così alla fine dovremo trovare il modo di meccanizzare questo genere di attività».
Non teme che l’intelligenza artificiale soppianti i professori universitari?
«L’intelligenza artificiale ci aiuterà a fare ricerca. Lo sta già facendo. Non fa ricerca per noi, ma è un fantastico assistente. Vale per me che faccio lo storico ma vale su scala molto più grande per le persone che lavorano nella scienza dei materiali, nella ricerca farmaceutica, nell’energia, nella biologia molecolare…».
La produttività europea ristagna da anni. Come possiamo tornare a tassi più sostenuti di innovazione? Secondo alcuni, la risposta è aumentare la spesa militare, che terrebbe a battesimo grandi miglioramenti tecnologici. È una visione ragionevole?
«No. Non ho mai creduto nemmeno per un momento che investire nella conoscenza militare abbia effetti a cascata sull’economia civile, al punto da raccomandare di farlo… Ovviamente ci sono casi in cui tali effetti si sono verificati e nessuno lo nega. Ma sono stati molto costosi perché per ogni ricaduta positiva si è anche spesa un’enorme quantità di risorse per costruire strumenti di morte. Durante la Prima guerra mondiale forse abbiamo imparato qualcosa sulla chimica ma quante persone sono state uccise dai gas soffocanti? Per far crescere le loro economie, gli europei dovrebbero spendere più soldi per la ricerca e lo sviluppo in usi produttivi, non distruttivi».
Gli europei devono avere paura per i loro standard di vita?
«L’ultima cosa al mondo di cui mi preoccupo sono gli standard di vita in Europa. Lo dico sempre ai miei studenti: una delle cose sorprendenti dell’Europa di oggi è che sostanzialmente la povertà è scomparsa. Ci sono persone più povere di altre, ma la povertà vera, quella di chi non sa come si procurerà il suo prossimo pasto, non c’è più. Penso che una parte dell’enorme successo dell’Europa dopo il 1945 sia il dividendo della pace. Le nazioni europee erano sotto l’ombrello nucleare americano e, di conseguenza, hanno smesso di destinare risorse alle spese militari e hanno investito in altre cose. Ciò ha portato a un’accelerazione della crescita economica. È un processo iniziato alla fine degli anni Quaranta e durato fino a circa il 1970. Ora gli europei non si fidano degli Stati Uniti e dunque dovranno spendere di più per la propria difesa. Questo avrà un costo. Ma questi costi supereranno i benefici di un ordine di grandezza».
Lei ha appena scritto, con Avner Greif e Guido Tabellini, un libro che paragona la traiettoria della crescita in Cina e Europa. Per anni abbiamo pensato che la Cina potesse solo copiare innovazioni altrui, oggi non è più così. Dobbiamo preoccuparci?
«Ma perché dovrei preoccuparmi se i cinesi inventano cose che renderanno la mia vita migliore? I cinesi possono innovare, stanno innovando, innoveranno di più. E io dico che più innovazione c’è e meglio è, perché l’innovazione non resta solo in Cina. Ha ricadute in Occidente così come le innovazioni occidentali in passato sono state adottate in Cina. Se i cinesi trovano un modo di fare la fusione nucleare o sviluppano un’intelligenza artificiale migliore o producono un vaccino diverso per l’influenza, staremo meglio anche noi. Quello che conta è il flusso di servizi e beni che raggiungono i consumatori. Gli economisti lo sanno dai tempi di Adam Smith. Guai a dimenticarlo».