Olbia, pubblicato nel 1800, è uno dei testi più originali e meno conosciuti di Jean-Baptiste Say: un’utopia morale ed economica scritta nell’età post-rivoluzionaria, quando tutto era ancora da ricostruire – compreso il senso stesso della convivenza civile.
Collocandosi nel lungo filone che va da Platone a Fourier, Olbia traduce la grande tradizione utopica – dalla Repubblica classica all’Utopia rinascimentale fino alle teorie sociali ottocentesche – in un progetto concreto di civilizzazione borghese, fondato sull’educazione, sull’equilibrio economico e sulla felicità pubblica. La morale è concepita come scienza dei costumi, l’economia politica come sua applicazione pratica: l’istruzione, la giusta distribuzione delle ricchezze e la virtù diventano strumenti di riforma sociale. L’immaginario popolo della città di Olbia è il laboratorio in cui gli ideali classici si combinano con i principi moderni di produttività e benessere diffuso. In questo mondo, la felicità non è il premio della virtù: ne è la condizione. La virtù è resa piacevole, il vizio svantaggioso.
Snodo tra umanesimo classico, repubblicanesimo illuminista e utopismo economico, Olbia è una delle prime sintesi moderne dell’idea che istituzioni ed economia possano farsi strumenti di progresso morale.



