I soldi agli avvocati, un problema etico

Pagare gli avvocati per il successo dei rimpatri solleva dubbi etici e politici, mettendo a rischio autonomia e deontologia professionale

20 Aprile 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Teoria e scienze sociali

La decisione del governo di pagare gli avvocati per il buon esito delle pratiche di rimpatrio volontario è sbagliata sul piano politico e su quello etico.

La novità, secondo la quale il Consiglio nazionale forense e gli avvocati diventano soggetti attivi nel settore dei rimpatri assistiti, è contenuta in un emendamento estemporaneo al decreto sicurezza, che deve essere convertito in legge entro questa settimana. Il Consiglio nazionale forense ha precisato di non sapere nulla di una norma che lo riguarda direttamente, poiché lo chiama all’esercizio di un’attività pubblica finora svolta dal governo con la collaborazione di organizzazioni internazionali e non governative. L’avvocato Francesco Greco, che lo presiede, ha negato che l’Ordine sia stato mai consultato o ascoltato. Pensare di poter approvare un emendamento del genere solo perché vi è stato apposto il parere favorevole del governo, senza sentire quello, anche tecnico, dell’Ordine professionale coinvolto è stato un errore politico non da poco, per un governo che ormai da quattro anni ha dimestichezza con le procedure legislative.

Ancora più rilevante è, ad ogni modo, il profilo etico. Il rimpatrio volontario consente agli stranieri di tornare nel loro paese di origine attraverso un programma individuale di rientro, che comprende l’organizzazione e l’assistenza finanziaria del viaggio e soprattutto l’accompagnamento fino al reinserimento sociale e economico nel paese di provenienza. Introdotto con il testo unico del 1998 e poi ampliato per recepire la direttiva rimpatri, viene finanziato dallo Stato e dall’Unione europea. Tra il 2018 e il 2021, secondo l’unico rapporto a disposizione della Corte dei conti, i rimpatri volontari assistiti sono stati 2.183, a fronte di 19.745 forzati.

La novità voluta dal governo prevede che all’avvocato che presti assistenza ai richiedenti rimpatrio venga riconosciuto un compenso a carico dello Stato (o meglio, del contribuente), ma solo dopo la loro partenza.

Da sempre, viene detto che la professionalità dell’avvocato si valuta non per il buon esito della causa a favore del cliente, ma per la correttezza con cui è stato svolto il mandato. Come dicono i manuali, la sua è un’obbligazione di mezzi e non di risultato. Per questo, cioè per evitare che svolga la propria funzione per un interesse diretto in causa, si insiste a vietare una cosa pur ragionevole, come il patto di quota lite. Ma è proprio quello che il governo sembra ora sollecitare. Anzi, un compenso pagato dallo Stato perché abbia buon esito la procedura di rimpatrio volontario è persino peggio di un patto di quota lite, dal momento che viene erogato dallo Stato e non dall’assistito, con il rischio che l’interesse dell’avvocato, diversamente dal caso del patto, possa andare in direzione contraria a quello del suo cliente, che è il reinserimento nel paese di origine, e non solo l’accompagnamento alla frontiera. Spinto a riscuotere una sorta di aggio, il professionista potrebbe allontanarsi dallo svolgere le sue funzioni con la lealtà e correttezza che la deontologia gli impone.

C’è di più.

Il conflitto tra interesse nazionale e immigrazione è il piatto forte dei partiti di maggioranza e, c’è da scommettere, lo sarà in misura maggiore all’avvicinarsi delle elezioni.

Fino al 2012, gli interessi superiori della nazione erano menzionati nel giuramento che gli avvocati dovevano rendere in tribunale, per poter esercitare la professione. Con la riforma dell’ordinamento forense il giuramento è stato sostituito da una formula di impegno pronunciata all’Ordine e il riferimento agli interessi superiori della nazione è stato eliminato. È vero che un disegno di legge presentato dal ministro Nordio e in discussione alla Camera vorrebbe ripristinare il giuramento solenne, ma è anche vero che – giuramento o no – gli avvocati non sono, non devono essere pubblici ufficiali al servizio di presunti interessi della nazione, ma liberi professionisti al corretto servizio dei loro clienti. Trasformarli da assistenti legali a agenti di governo è un problema di etica, non solo professionale.

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