I pericoli dell'(anti)terrorismo

Nel garantirci la sicurezza, lo Stato non sembra molto efficiente e, come spesso accade, si immagina che per ovviare alle sue inefficienze non servano che più risorse e più poteri

20 Aprile 2015

IBL

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

Messi davanti a un’incertezza radicale e profonda, spaventati, com’è comprensibile che sia, di fronte ai pericoli, è normale chiedere a chi ci governa di “fare qualcosa”. Ma “fare qualcosa” non sempre significa “fare quello che serve”. 

Nei giorni dopo l’11 settembre, tutti gli Stati si affrettarono a varare leggi speciali. E non hanno più smesso. Nemmeno gli attentati o le minacce alla nostra sicurezza personale hanno, per la verità, smesso di capitare.

In Italia il decreto antiterrorismo approvato la settimana scorsa non è l’unica risposta, ma solo l’ultima e più aggiornata nel dare nuovi strumenti e poteri di indagine alle autorità investigative e di pubblica sicurezza.

Se lo Stato esiste, in primo luogo, sulla promessa di garantirci una vita né misera né brutale, al contempo una vita del tutto al riparo da qualsiasi rischio per la propria incolumità è una delle illusioni più comuni delle persone, e perciò anche uno degli inganni più frequenti della pubblica autorità. Un contesto pacifico, prima che essere il frutto degli sforzi di controllo e sorveglianza pubblica, è il risultato di molti e diversi fattori, legati alla struttura della società stessa, alla cultura in essa prevalente, al suo grado di sviluppo economico.

Nel garantirci la sicurezza, lo Stato non sembra molto efficiente e, come spesso accade, si immagina che per ovviare alle sue inefficienze non servano che più risorse e più poteri.

Se l’obiettivo di combattere il terrorismo, di qualsiasi matrice, non può che essere caro a noi tutti, se il fine dunque non è in discussione, sui mezzi un po’ di dibattito servirebbe. Perché rischiamo di non accorgerci neppure che sono misure che hanno un costo, e rilevante, in termini di libertà, per noi tutti.

Le nuove norme varate dal Parlamento contemplano più poteri di sorveglianza e repressione. Tra questi, una disposizione di intercettazioni preventive per la ricerca di mezzi di prova, e la disapplicazione di alcune garanzie per i dati personali se trattati per finalità di prevenzione e repressione dei reati o di tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica. Così pure l’anticipazione della condotta penale ad atti che possono essere prodromici rispetto alla commissione di reati a sfondo terroristico, in spregio della tassatività delle fattispecie di reato. E, infine, la conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico. La norma sul remote searching – che avrebbe consentito alla polizia l’accesso indiscriminato ai pc di chiunque – è invece stata cancellata, ma la sua eliminazione sembra aver distratto l’opinione pubblica dal rendersi conto della portata delle altre limitazioni alla riservatezza introdotte, meno visibili forse, ma pur sempre molto ampie.

Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere? Forse è vero, ma è almeno altrettanto vero che non c’è potere di cui, nella storia, non si sia abusato.

Non siamo sicuri che mettere la nostra vita quotidiana sotto l’occhio della pubblica autorità sia il modo migliore per  proteggerci dagli attentati. Ma siamo sicuri che è un modo perfetto per mettere la nostra libertà e riservatezza alla mercé di apparati burocratici e detentori del potere.

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