I ladri e le buone intenzioni. Perché non riusciamo a debellare la corruzione

L'ossessione dei più è che comandi qualcuno con la faccia pulita, e non invece che chiunque comandi non debba avere carta bianca

7 Dicembre 2014

IBL

Argomenti / Diritto e Regolamentazione Teoria e scienze sociali

“Altro che traffico di droga, Non hai idea che guadagno c’è sugli immigrati”. Lo dice in una intercettazione telefonica Salvatore Buzzi, “braccio destro” di Massimo Carminati. Gli “immigrati” come commesse pubbliche: rendite sicure, col pretesto di contribuire al benessere della collettività nel suo complesso. Denari che nessuno spacciatore di strada, nessuna banda avversaria, possono insidiargli: perché non vengono dal portafoglio di qualche tossicomane, ma da quello di Pantalone. 

L’Italia è, per Transparency International, il Paese più corrotto d’Europa. Non sappiamo se sia vero: non ci pare gli italiani siano antropologicamente diversi da francesi, austriaci, polacchi, eccetera. Sappiamo invece per certo che nel nostro Paese le storie di corruzione riemergono carsicamente sulle pagine dei giornali. Se ciò avviene, è palese che non riusciamo a trarne le lezioni corrette. Negli anni di Manipulite, quando la maxi-tangente che trascinò a processo tutta una classe dirigente si chiamava “Enimont”, emerse per un breve periodo una consapevolezza. Che, cioè, la moralizzazione della società italiana non poteva che passare da una progressiva riduzione dell’intervento pubblico. L’economia “a mezzadria pubblico-privata”, aveva ammonito don Luigi Sturzo all’alba della repubblica, porta a “comodi compromessi a danno del consumatore o del contribuente”. La presenza in Italia di partiti politici organizzati e fortemente radicati agevolò, per una breve stagione, quella consapevolezza. Si capì che le istituzioni potevano diventare il “taxi” di questa o quella fazione, e che la corsa sarebbe stata pagata coi soldi di tutti. Purtroppo, quella consapevolezza ebbe durata breve.

Subito ci furono quelli che riesumarono le parole d’ordine del “partito degli onesti”. E ci furono quelli che suggerirono che sarebbero bastate facce nuove, pescate nel calderone della società civile, per tramutare gli usi esecrabili di ieri in una nuova, impeccabile efficienza. Da allora, a ogni nuovo scandalo, il nostro Paese continua ad appassionarsi a questa forma di “pensiero magico”: l’idea che basti cambiare gestore pro tempore del potere politico, perché correttezza e onestà possano trionfare sotto il cielo di Roma.

E ogni volta la storia è destinata a ripetersi, perché l’ossessione dei più è che comandi qualcuno con la faccia pulita, e non invece che chiunque comandi non debba avere carta bianca. 

Abbiamo un governo perché gli uomini non sono angeli. Ma anche chi governa è non è un angelo. Per questo è importante che il potere di chi governa sia limitato. Nelle funzioni, prima di tutto, e quindi nella discrezionalità che ne deriva.

Limitare il potere è doloroso: significa rinunciare al suo aiuto, in linea teorica per il soddisfacimento di tutta una serie di bisogni, sul piano pratico come taxi sul quale salire. Ma il potere che, occupandosi di tutto, tutto può fare diventa la risorsa indispensabile per fare qualsiasi cosa. Tanto più si dipende da esso, tanto più quello diventa prezioso. E tanto più è probabile che se ne impossessino figuri senza scrupoli, che parimenti non conoscono argini alla propria brama.

La politica fa il gioco delle tre carte, riproporrà anche questa volta la schema dei “nuovi” senza macchia da sostituire ai vecchi mascalzoni, chiederà più giustizia, proporrà una legge per pene più severe, proprio perché il suo interesse è quello di sempre: non cedere un grammo delle risorse che controlla, non rinunciare a nulla, della propria discrezionalità e del proprio potere. 

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