I custodi della Costituzione siamo noi, l’alternativa è l’arbitrio del sovrano

Nel libro di Marta Cartabia un invito a difendere la democrazia attraverso equilibrio, contrappesi e collaborazione tra poteri

25 Febbraio 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

In questi giorni di «pessima e avvelenata campagna referendaria» – come l’ha definita l’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera – un invito al superamento della conflittualità tra giustizia e politica può sembrare un controcanto fuori scala o una voce nel deserto. E invece è la proposta di “costituzionalismo collaborativo” che rilancia nel suo libro Custodi della democrazia (Egea) la professoressa Marta Cartabia, prima donna a ricoprire la carica di presidente della Corte costituzionale, oltre che ministro della Giustizia nel governo Draghi.

Chi sono i custodi di cui parla il titolo? Il riferimento diretto è alle Corti costituzionali, organi nati in Europa nel secolo scorso per proteggere il metodo democratico da sé stesso. L’invenzione della giustizia costituzionale è oggi scontata, ma solo meno di un secolo fa è stata dirompente in un mondo che, per combattere l’arbitrio del sovrano, aveva trovato come rimedio l’arbitrio delle leggi. I dispotismi del XX secolo, in particolare quello nazista e fascista, si insediarono legalmente nelle pieghe di democrazie ancora acerbe proprio perché conoscevano soltanto in teoria l’“ingiustizia” delle leggi. Da quella lacuna nacquero anticorpi costituzionali e anche sovranazionali che avrebbero dovuto fare da argine al potere politico e ai suoi atti. I primi hanno funzionato a gran ritmo e hanno modellato le democrazie statali nate dalla fine della Seconda guerra mondiale e oltre. I secondi, dalle organizzazioni internazionali alle corti europee, hanno avuto storie e fortune diverse che riflettono i diversi presupposti e gradi di efficacia da un lato e ipocrisia dall’altro.

Se i sistemi di giustizia costituzionale sono i referenti diretti del titolo del libro, leggendolo si ha tuttavia l’impressione che vi siano altri custodi a cui il libro si rivolge. Innanzitutto i cittadini, sempre più destinatari passivi e sfiduciati – come dimostrano i dati di astensione – di un conflitto teatralizzato tra volontà popolare e garanzie costituzionali.

Anestetizzata dal modo in cui le idee politiche e i suoi protagonisti si raccontano e si drammatizzano, la maggior parte di noi comuni cittadini se ne allontana, in un circolo vizioso che toglie terreno alle più genuine dinamiche democratiche e libera ulteriore spazio all’irresponsabilità politica. Bordate e invettive contro i nemici politici, che non sono necessariamente gli altri partiti ma anche gli altri soggetti della democrazia, rischiano di diventare l’unico cerino rimasto per accendere l’attenzione dell’opinione pubblica. È un circuito comunicativo da cui è difficile uscire perché chi lo sollecita, dai leader di partito ai media e ai social, non ha nessun interesse a uscirne. Star dietro a un conflitto perennemente immediato può essere estenuante, ma sempre meno faticoso che alimentare, animare e seguire un confronto serio sul merito delle cose e non interamente appaltabile ai professionisti della comunicazione.

Il libro di Cartabia si rivolge quindi a tutti, soprattutto ai più giovani e agli studenti, per raccontare e spiegare come e perché è nata la giustizia costituzionale negli stati democratici, come è organizzata e cosa fa in Italia, in cosa ha contribuito alla cultura del diritto e dei diritti, come si sta adeguando a una democrazia della comunicazione senza cadere nelle trappole della mediatizzazione. Ma soprattutto spiega, ché non è mai abbastanza, perché la democrazia è fatta di equilibri e non solo di voti e perché dovremmo tenerci caro questo sistema di contrappesi e di rispetto reciproco dei ruoli.

C’è poi una terza categoria di custodi ai quali il libro vuole, tra le righe, rivolgersi. Sono i governanti, a cui, con tono e propositi pacati, viene suggerito un vero e proprio addio alle armi, una tregua a tempo indefinito da un conflitto spesso più apparente che reale, un recupero di una dimensione collaborativa del fare giuridico, e quindi politico, che prevenga le polarizzazioni, recuperi la stima dei cittadini, si animi con una discussione costruttiva e non con sterili contrapposizioni.

La dimensione costituzionale sconta una certa dose di idealismo. Ma è un dato di fatto che c’è stato un momento in cui l’innovazione in questo campo, attraverso quella che viene definita la rigidità delle Costituzioni, ha plasmato sistemi politici diversi dal passato proprio perché li ha limitati nell’esercizio del potere. È stata una conquista storica rispetto alla quale è venuto facile assuefarsi. In una fase di impoverimento del metodo democratico anche all’interno dei sistemi più solidi, non darla per scontata è un impegno dei custodi della Costituzione. Tutti.

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