Herbert Spencer contro lo Stato che ci fa schiavi

Nel classico riedito da Liberilibri con un saggio introduttivo di Alberto Mingardi c'è qualcosa di profondamente moderno

13 Marzo 2017

La Stampa

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Prendiamo parole estreme, quelle di Dj Fabo prima di scegliere la libertà in Svizzera: «Viviamo schiavi di uno Stato, lavoriamo schiavi di uno Stato, se vogliamo morire siamo schiavi di uno Stato». Tralasciamo le ragioni di chi pensa sia giusto o sbagliato, se è egoista chi sceglie di andarsene o chi ci costringe a restare. Nella storia di Fabiano c’è un fatto incontrovertibile, che è parte poco consapevole delle nostre vite: lo Stato ci accompagna letteralmente dalla culla alla tomba. Non dobbiamo e non possiamo firmare nulla, nessuno ci chiede il permesso di farlo.

È quello che Herbert Spencer definiva il «gioco di prestigio» degli Stati sovrani: il popolo nomina i suoi rappresentanti, crea un governo, il governo crea dei diritti e dopo averli creati ci conferisce dei diritti. Ma che ne è del nostro diritto di pre-esistere? L’uomo contro lo Stato è del 1884, ben prima di vedere i lati tragici e le conquiste del pensiero novecentesco. Spencer è uno dei padri dimenticati del liberalismo, schiacciato in un tempo che aveva già metabolizzato Adam Smith e stava per affrontare lo scontro tra i fautori delle sorti magnifiche e i noiosi difensori della libera iniziativa privata. Eppure nel classico riedito da Liberilibri con il saggio introduttivo di Alberto Mingardi c’è qualcosa di profondamente moderno.

Spencer vede molto lontano: i diritti di cittadinanza che inghiottono quelli individuali, il diritto divino dei parlamenti che si sostituisce a quello dei sovrani, la tendenza pervasiva dello Stato a rispondere a qualunque bisogno. Sembra di leggere cose di ieri: «Quanto più aumenta il numero di enti e provvedimenti pubblici, tanto più si rafforza nei cittadini l’idea che tutto debba essere fatto per loro, e nulla da loro. Ogni nuova generazione è meno a suo agio con l’idea che i fini che si desiderano perseguire possano essere raggiunti con azioni individuali o accordi tra privati, e trova sempre più congeniale l’idea che a perseguirli debba essere lo Stato. Finché col tempo arriveremo a credere che solo lo Stato possa essere in grado di darci ciò che desideriamo». La chiamava la schiavitù prossima ventura.

Da La Stampa, 12 marzo 2017

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