Guerra e propaganda

Il catalogo Settecolori si arricchisce di un’altra gemma preziosa. Dopo, tra i molti altri, Le lezioni della storia dei coniugi Durant e Il tempo che fugge di Robert Brasillach, è appena uscito Guerra e propaganda di Vilfredo Pareto (1848-1923). Si tratta, come si evince dalla postfazione del curatore del libro, lo storico del pensiero politico […]

13 Maggio 2026

Il Foglio

Carlo Marsonet

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Il catalogo Settecolori si arricchisce di un’altra gemma preziosa. Dopo, tra i molti altri, Le lezioni della storia dei coniugi Durant e Il tempo che fugge di Robert Brasillach, è appena uscito Guerra e propaganda di Vilfredo Pareto (1848-1923). Si tratta, come si evince dalla postfazione del curatore del libro, lo storico del pensiero politico Alberto Mingardi, di un testo particolare per diversi motivi.

A partire dal fatto che il diario dello scienziato sociale di origini liguri verrà pubblicato per la prima volta solo nel 1958, col titolo Mon Journal, anche se riguarda annotazioni risalenti al 1918. Pareto, che si trovava in Svizzera, a Céligny, difficilmente riusciva ad avere ospiti e così immagina di conversare con due interlocutori d’eccezione: Mirrina e Timoteo, due gatti (una menzione speciale, a proposito, per la fascetta che avvolge la copertina del volume).

D’eccezione perché in fondo, per Pareto, a differenza degli uomini i felini non si auto-ingannano nel giustificare questa o quella azione: non impiegano alcuna derivazione per coprire i residui che li muovono.

All’autore del Trattato di sociologia generale interessa, infatti, comprendere il funzionamento della realtà per come essa è, e in questo caso la propaganda in tempo di guerra. La quale viene motivata secondo i più nobili intenti dai governanti, una Grande Causa che richiede pesanti sacrifici.

La Prima guerra mondiale conferma a Pareto un fatto: e cioè che l’essere umano non è una creatura in cui prevale la ragione, bensì l’istinto di credere in qualcosa che dia senso alla propria esistenza. Questo, almeno, dal lato dei governati. Chi governa, invece, ha tutto l’interesse a coprire il militarismo spacciandolo magari per patriottismo, e a censurare chi osa criticarlo.

Emerge così la logica manichea della guerra di religione, della battaglia finale da condurre a qualunque costo. Intanto a pagarne le conseguenze sarà sempre una “razza timida e inerte, incapace di valida resistenza”: quella dei risparmiatori.

Un’ultima notazione del curatore invita a riflettere: “Non ci si rivolge agli scettici per risolvere i problemi, ma per abituare pian piano gli occhi alla vera luce del mondo”. Non stupisce tanto che un tale atteggiamento manchi ai giovani, che ancora devono probabilmente confrontarsi con il realismo e lo scetticismo nei riguardi delle faccende umane. Quanto piuttosto che molti, troppi adulti dimenticano spesso di essere tali. Cioè responsabili, almeno sulla carta, per l’appunto.

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