Riportare a casa le catene non fa bene all'economia

La globalizzazione non riguarda solo i prodotti che finiscono sugli scaffali dei negozi, ma anche le «cose che servono a fare le cose»

20 Dicembre 2021

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

Secondo un rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, il complesso delle importazioni ed esportazioni mondiali di beni ha raggiunto i 5600 miliardi di dollari nel terzo trimestre del 2021, stabilendo un nuovo record. Questo vorrebbe dire che il commercio di beni e servizi raggiungerebbe i 28000 miliardi di dollari per l’anno in corso, crescendo del 23% rispetto al 2020. Il Wall Street Journal ha scritto che, nei primi cinque mesi del 2021, ci sono stati quasi il doppio degli ordini per nuove navi container rispetto a quelli di tutto il 2019 e il 2020 messi insieme. Vedremo in che misura nei prossimi mesi si farà sentire la variante Omicron, che gli Stati (a cominciare dall’Italia) sembrano determinati a contrastare con nuove restrizioni al movimento delle persone.

Nonostante i dati incoraggianti del commercio mondiale, da più parti si segnalano l’aumento dei prezzi di particolari beni o servizi spinti o la situazione di penuria di alcuni di essi (a cominciare dai semiconduttori nell’industria automobilistica). Da una parte, le previsioni sembrano dirci che l’economia internazionale è ripartita e che forse questa globalizzazione, della quale profetizziamo ad anni alterni la morte, è più resiliente di quanto non sembri. Dall’altra, l’impressione è che si sia inceppato quel circolo virtuoso determinato dall’innovazione tecnologica e dall’intensificarsi degli scambi internazionali che, negli scorsi vent’anni, aveva rappresentato una sorgente di deflazione buona: di un diminuzione dei prezzi dovuta a un miglioramento delle condizioni produttive.

Quando, a marzo, la nave portacontainer Ever Given si è incagliata nel canale di Suez, persino il Financial Times annunciava «la fragilità intrinseca delle catene di approvvigionamento globale». Un osservatore acuto come l’ex ministro inglese Oliver Letwin, in un libro curioso e passato un po’ sotto silenzio a causa della pandemia (“Apocalypse How? Technology and the threat of disaster”, Atlantic Books, 2020), sottolineava come la crescente interconnessione delle grandi reti (informatiche, energetiche, di trasporto) internazionali causi problemi potenzialmente nuovi. Complessità («molte cose diverse avvengono nello stesso tempo e interagiscono le une con le altre») e accoppiamento stretto (i cambiamenti apportati a un componente del sistema forzano la modifica di altri componenti dello stesso) ne esaltano l’efficienza, ma rappresentano potenziali fattori di rischio rispetto ai quali governi e imprese sono in larga misura impreparati.

Autori meno raffinati prevedevano che con Covid-19 le catene internazionali di fornitura crollassero, messe in crisi dalla pandemia e dalle nuove barriere create con l’intento di affrontarla. In realtà gli Stati non hanno reagito solo cercando di proteggere alcuni dei loro settori produttivi, ma hanno anche, in altri ambiti, ridotto le barriere agli scambi. Per la WTO, nella pandemia «il sistema commerciale globale è stato una fonte di flessibilità, diversificazione e forza, facilitando l’accesso a forniture mediche essenziali, cibo e beni di consumo e sostenendo la loro ripresa».

Nel suo recente rapporto, sempre l’Organizzazione mondiale del commercio ricorda come, poco dopo l’arrivo di Covid-19 nelle nostre vite, il timore diffuso era che «le catene globali del valore, specialmente quelle con alti livelli di dipendenza da particolari nodi o paesi, potessero rompersi e diventare una nuova fonte di shock a cascata». Per carità, è capitato che in alcune parti del mondo venissero chiuse delle fabbriche con effetti sulle produzioni di altri paesi, ma in realtà queste tanto detestate catene globali del valore sono state molto più robuste di quanto si prevedesse. «Dopo una forte contrazione all’inizio della pandemia mentre i paesi si affannavano per contenere la diffusione del virus con lockdown, chiusura delle frontiere e divieti di viaggiare i flussi commerciali sono rimbalzati, le catene di approvvigionamento si stanno adattando e l’economia mondiale sta cominciando a riprendersi, anche se questa ripresa sta avvenendo a velocità molto diverse».

Nei settori dove assistiamo al palesarsi di scarsità particolarmente pesanti, oggi verifichiamo paradossalmente quanto le imprese siano state flessibili, riuscendo a trovare nuovi acquirenti per i loro prodotti in un contesto mutato. La WTO avverte che «politiche che mirano ad aumentare la resilienza economica riorganizzando la produzione, promuovendo l’autosufficienza e allentando l’integrazione commerciale possono spesso avere l’effetto opposto, riducendo la resilienza economica». In generale, la politica fatica a rendersi conto del vero elemento che differenzia la globalizzazione attuale dallo scambio internazionale nel passato: il fatto, cioè, che non si spostano solamente i prodotti che finiscono sugli scaffali dei supermercati ma anche «cose che servono a fare altre cose». Questo rende il protezionismo ancora più distruttivo.

Nazionalizzare le catene di approvvigionamento rende più vulnerabili agli choc interni un paese e rischia di far perdere il treno di innovazioni e miglioramenti che non avvengono necessariamente nell’ambito dei patri confini. Per ora l’idea di rimpatriare le produzioni è stata più che altro uno slogan e le imprese hanno potuto continuare a organizzarsi nel modo più razionale. Questo è stato un elemento di forza, non di debolezza nella pandemia. Ma che succederebbe se un domani i politici prendessero sul serio la loro retorica?

Da L’Economia – Corriere della Sera, 20 dicembre 2021

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