La globalizzazione è ancora viva

Un mondo diviso di nuovo in due blocchi perderebbe il 5% del reddito reale

17 Settembre 2023

Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

Le stime di crescita dell’Unione europea sono state riviste al ribasso: per il 2023, fra lo 0,8 e l’1%. La settimana scorsa il Wall Street Journal si chiedeva «chi salverà la crescita europea». In passato il raffreddamento dell’economia europea trovava una qualche compensazione nell’esuberanza americana o cinese. È una dinamica che conosciamo bene: le esportazioni sono la principale componente positiva del Pil italiano.

Questa volta le cose potrebbero andare diversamente. Gli Stati Uniti vivono una fase di protezionismo acuto, che li ha trasformati in un’economia introflessa. Sulla Cina pesano fattori di carattere diverso (dalla demografia agli strascichi del Covid-19). Con la bancarotta del colosso immobiliare Evergrande, gli osservatori hanno cominciato a interrogarsi sulla debolezza di Pechino.

In Europa la bilancia commerciale tedesca è peggiorata e in generale la Germania decresce a partire dall’ultimo trimestre dello scorso anno. Come ha osservato qualche settimana fa il ministro dell’economia Giorgetti, la recessione tedesca si fa sentire anche sul Pil italiano.

Il lettore di buona memoria, a questo punto, sarà pronto a festeggiare. Non sta andando tutto esattamente come speravamo?

In Italia il cuore della propaganda sovranista era essenzialmente questo: con l’euro, le nostre imprese sono state rese azzoppate, mancando la leva della svalutazione. Invece quelle tedesche, beneficiando di una moneta meno «forte» sui mercati internazionali di quanto non fosse il marco, hanno accresciuto il loro surplus commerciale. Oggi noi cresciamo, per quanto poco, più della Germania. Non è una grande rivincita?

Lo stesso, non solo in Italia, si pensava della Cina. Il Dragone è stato accusato, in tutti i Paesi occidentali, di dumping sociale: di sottrarci posti di lavoro. In più, preoccupati che i cinesi diventassero un contraltare agli Stati Uniti, si è cercato di fare loro terra bruciata attorno, almeno dove possibile: per esempio nel public procurement. Oggi la Cina sembra destinata a crescere decisamente meno rispetto alla sua media degli ultimi trent’anni (il 9% l’anno). Non è una grande vittoria della strategia geopolitica e di politica industriale alla quale abbiamo aderito?

Le cose sono un po’ più complesse. La globalizzazione e l’euro non hanno indebolito le imprese italiane: il non poter fare più assegnamento sulle svalutazioni competitive ha rafforzato le aziende esportatrici, che si confrontano con la concorrenza internazionale. Forse il successo dei tedeschi non dipendeva soltanto dall’euro, ma dal fatto che i consumatori di altri Paesi domandavano Audi e Volkswagen. Del che si avvantaggiavano anche i fabbricanti italiani di componenti. La Cina è diventata la fabbrica del mondo e tuttavia non si è fermata alle produzioni a basso costo e basso valore aggiunto: è riuscita a produrre innovazione, anche nel mondo dell’information technology, dimostrando che in quel miliardo e duecento milioni di persone ci sono cervelli altrettanto validi che in Occidente.

Noi siamo abituati a raccontare l’economia internazionale come un racconto di cappa e spada: il signor Cina contro il signor America. Di qui l’idea che si tratti di un gioco a somma zero: un telefonino cinese venduto in più è un telefonino europeo venduto in meno. Invece la globalizzazione è un mosaico di catene di fornitura articolate e intrecciate. In una automobile tedesca c’è molto di italiano e in un cellulare americano tantissimo di cinese. Le imprese hanno imparato a collaborare, col tempo, sulla base di una logica di specializzazione e di convenienze. Di deglobalizzazione si parla tanto ma stenta a realizzarsi. Per fortuna: scambi internazionali più rugginosi, al pari di meno concorrenza, significano prezzi più alti, come ha scritto Daniele Manca.

L’Organizzazione mondiale del commercio stima che un mondo diviso di nuovo in due blocchi perderebbe il 5% del reddito reale. Questo significherebbe la fine di quella «grande fuga» dalla povertà che abbiamo osservato negli ultimi trent’anni, con milioni di persone che hanno potuto finalmente permettersi una vita migliore. E una perdita secca per tutti i Paesi trainati dal commercio internazionale. Come il nostro.

dal Corriere della Sera, 17 settembre 2023

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