Giorgio Rumi e il carattere lombardo

Per Giorgio Rumi, l’identità lombarda nasce da una “società senza Stato”, fondata su autonomia civile, lavoro e governo del territorio

18 Maggio 2026

La Provincia

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Vi proponiamo il testo dell’intervento che Alberto Mingardi ha tenuto lo scorso 5 maggio al convegno “L’eredità intellettuale di Giorgio Rumi: impegno civile e cultura”, promosso dalla Treccani per ricordare lo storico e politologo milanese (con radici altolariane) scomparso vent’anni fa.

Giorgio Rumi (Milano, 1938-2006) ha unito il rigore della ricerca a una rara capacità di leggere il presente alla luce del passato. La sua opera — dedicata alla storia politica e religiosa dell’Italia contemporanea e ai rapporti tra Stato e Chiesa — resta un punto fermo per comprendere l’identità civile del nostro paese.

Ha introdotto il convegno il presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Carlo Ossola. A seguire, sono intervenuti: Giuliano Amato, Massimo Bray, Edoardo Bressan, Emma Fattorini, Ernesto Galli della Loggia, Alberto Mingardi, Gianfranco Ravasi, moderati da Maria Antonietta Calabrò.

A rileggerlo oggi, Giorgio Rumi appare come l’ultimo grande cartografo del genius loci. Oramai è inusuale parlare di “caratteri nazionali”, e non solo per questioni di “correttezza politica”. Siamo ben lontani dall’idea che i tratti della personalità di un individuo – il “carattere”, appunto – possano avere qualcosa a che vedere con la “nazione” cui in vario modo appartiene. Ma la riflessione sul tema è stata tutt’altro che periferica in questa parte di mondo, a cominciare, ovviamente, da Montesquieu.

Una delle funzioni della teoria dei caratteri nazionali è, come ricordavano Emilio Mazza e Michela Nacci in un libro di qualche anno fa (Paese che vai. I caratteri nazionali tra teoria e senso comune, Marsilio, 2021), «mostrare la vocazione delle varie nazioni: industriale o agricola, libera o schiava».

Senza bandiera

Il tema del “carattere” e della “vocazione” della Lombardia è tra i temi d’elezione di Rumi. Definire quel “carattere nazionale” è particolarmente difficile perché la Lombardia non corrisponde a una precedente comunità politica, poi inglobata nel Regno d’Italia, e per questo quando confluisce nello Stato unitario non ne rimangono né peculiarità di lingua, né confini precisi, né bandiera, né autocoscienza, e tanto meno gruppi politici regionalistici o movimenti di liberazione.

La Lombardia che conosciamo oggi, quella “consacrata dalla Costituzione repubblicana”, ha come unico precedente la porzione lombarda del Lombardo-Veneto.

Dal momento che in Lombardia non c’è nulla che evochi i sigilli della statualità, per perimetrare il “carattere nazionale” lombardo dobbiamo guardare altrove. Il «genio istituzionale milanese», scrive Rumi, non si è manifestato «nelle alchimie istituzionali di stampo veneto o fiorentino». Piuttosto, in quello che oggi chiameremmo il privato: in un contesto segnato dal fatto che nel Medioevo “la separazione giuridica dei ceti” aveva tardato ad affermarsi, era dunque rimasta una certa “mobilità sociale”, per usare un’espressione anacronistica, e il ceto dirigente aveva dovuto cercare legittimità nel “governo della carità”.

«L’assenza di una dinastia propria e il fallimento dell’edificazione di un Stato lombardo hanno confinato la classe dirigente lombarda sul terreno del sociale e dell’assistenza». La concreta amministrazione dell’assistenza diventa «una scuola pratica» di governo, in una «metropoli priva di università (caso unico in Italia) che prosegue e integra i collegi professionali che coniugano la competenza specifica con un ruolo riconosciuto nella vita civile».

Rumi identifica l’identità lombarda in una continuità di governo del territorio. Ciò che caratterizza questa classe dirigente è paradossalmente proprio il fatto che «manca lo Stato, a Milano». Per questo «il riferimento alla fraternità si depura dei connotati ideologici abituali e si incarna in gesti, fatti, iniziative ed istituzioni che non ignorano, ma quasi presuppongono, l’impresa, come razionale organizzazione di mezzi finanziari».

Per questo Milano, fedele alla “medietà” che sta nel suo nome, adotta spontaneamente una dimensione «intermedia, laica ma non laicista», pubblica ma non statale.

Protagonista ne è quella classe dirigente che si abitua a delegare «a Madrid, Vienna e Parigi» e poi a Roma, ma che vuole garantirsi «una sfera sua propria di rapporti civili, amministrativi, assistenziali, economici e di classe sottratti a una non mediata ingerenza dell’occupante».

La “Perseveranza”

Nell’Ottocento, «uno Stato lombardo» non lo vogliono «gli italici patrioti e neppure i reazionari». Ma esiste «una sorta di lombarda way of life» che tiene il campo e segnerà rapporti di Milano e della Lombardia tutta con l’Italia unita: speranze e delusioni.

È questa la cifra dell’esperienza della “Perseveranza”, alla quale Rumi dedicò tanta attenzione. Attorno al quotidiano milanese si riunì il patriziato lombardo ancora speranzoso che i benefici dell’unificazione e della centralizzazione superassero i costi, ma che più passava il tempo e meno riusciva a rimanere coinvolto nel progetto unitario quanto avrebbe voluto.

In un articolo apparso proprio su quel quotidiano, Cesare Correnti auspicava che «spariscano tutte le subnazionalità», inglobate nell’unica nazionalità italiana. Ma nello stesso tempo affermava che la Lombardia è «il paese più civile e il meglio rappresentato della Penisola», cosa che 166 anni dopo corrisponde ancora all’autorappresentazione di noi lombardi.

Proprio nel momento dell’Unità, quando ci sarebbe da aspettarsi un dissolversi nel melting pot italiano, questa subnazionalità lombarda non acconsente a sparire, e sviluppa rapidamente un senso di alterità rispetto al nuovo Stato e al resto del Paese.

Quel ceto che aveva tenuto a bada, con ferma discrezione e accomodante egoismo, governatori spagnoli, arciduchi austriaci e viceré francesi, poteva acconciarsi senza sforzo alla perdita d’identità? Ovvero: fatta l’Italia, bisognava disfare i lombardi?

Questo fu almeno in parte effetto della dominazione austriaca. Sarà anche vero che «mai nessun cuore ha mai battuto» per il Lombardo-Veneto e non vi fu nessun lombardo che approfittasse delle clausole del Trattato di Zurigo per trasferirsi in Austria («come invece accadde a Mödling, a Roma, a Napoli e anche a Palermo»). Nondimeno, «la Lombardia esce da quasi cinque decenni di dominio asburgico non solo compattata territorialmente, ma dotata di un’identità».

Il cuore dei lombardi batteva per l’Italia unita, ma il grande sviluppo vissuto negli anni trascorsi sotto l’Austria contribuì ad alimentarne la disillusione.

Il Lombardo-Veneto è «il mondo di Cattaneo e di Jacini: il Regime delle acque e le migliorie all’agricoltura, le strade e la prosa delle amministrazioni locali, l’istruzione, gli ospedali e le carceri». Agli stranieri, scrive Carlo Cattaneo nelle Notizie naturali e civili sulla Lombardia, «possiamo mostrare la nostra pianura tutta smossa e quasi rifatta dalle nostre mani». Anche la terra tutta smossa e quasi rifatta dalle nostre mani ha qualcosa a che vedere col catasto teresiano.

Nel gruppo riunito attorno alla “Perseveranza” spicca Stefano Jacini. Jacini fu uno dei primi disillusi del processo unitario e distingueva fra “Italia legale” (Italia politica) e “Italia reale”.

È interessante che Rumi abbia scritto un bel saggio su Vilfredo Pareto, incluso in un volume promosso dalla Banca Popolare di Sondrio, presso la quale ha sede un importante fondo Pareto. C’è, in quel testo, una evidente simpatia per Pareto, spiegata grosso modo così: Pareto era «un critico severo dell’Italia che aveva di fronte» ma non nutriva nostalgie per gli antichi Stati né sogni di palingenesi rivoluzionarie. Apparteneva a pieno titolo «a quel ceto che aveva condiviso il movimento unitario», come il gruppo della “Perseveranza”.

A questa “critica interna”, insomma, Rumi riconosce una legittimità particolare, forse perché evidentemente libera dai pregiudizi di chi immaginava un ordine radicalmente altro rispetto all’Italia unita.

I primi federalisti

Jacini era uno dei pochissimi politici italiani di cui possiamo dire che Pareto avesse stima, senza che Pareto si rigiri nella tomba. Un altro era Carlo Alfieri di Sostegno. L’uno e l’altro erano liberali avversi all’importazione sabauda del modello francese.

Nel 1870, Jacini immaginava l’articolazione dell’Italia in «Regioni create dalla natura e in gran parte dalle tradizioni» (rieccoci alla questione del carattere), e pensava che «persino la distribuzione delle imposte dirette, delle quali il Parlamento nazionale fisserebbe i contingenti per Regione, potrebbe essere attribuita ai singoli consigli amministrativi di queste». Idee molto più “federaliste” di quelle poi realizzate col regionalismo.

Se la Lombardia non era stata Stato prima dell’unificazione, faticò dunque a trovare strumenti politici in senso stretto anche dopo. Continuò a essere, per usare un’altra espressione di Rumi, «società senza Stato».

Non è detto che questo ceto dirigente, in condizioni diverse, avrebbe potuto farsi classe politica. Gianfranco Miglio sosteneva che la “vocazione” dei lombardi fosse “apolitica”, anche perché il “cosmopolitismo congenito” degli uomini d’affari (e i lombardi sono uomini d’affari) mal si presta alla costruzione della statualità.

Mi sembra che per Rumi, al di là di ogni altra considerazione, queste circostanze avessero dato origine a un tipo umano interessante.

Non è “carattere lombardo” quello di Achille Ratti che, nominato arcivescovo di Milano nel 1921, è diffidente verso il partito come «luogo di organizzazione del consenso e radicamento della democrazia nelle masse», per privilegiare invece le “idee-forza” dell’«organizzazione e della disciplina» apprese nella sua «industriosa Brianza»?

Non è “carattere lombardo” quello di un imprenditore della carità come don Guanella, che esorta a pregare sì, ma a non essere soggetti economicamente passivi?

E cosa c’è di più lombardo del cardinal Schuster, l’arcivescovo della ricostruzione, che citando san Benedetto nel 1948 esorta i suoi diocesani dicendo: «bando alla disoccupazione e all’ozio, nemico dell’anima, bisogna dunque gioiosamente lavorare»?

In questo quadro si capisce perché per Rumi fosse un problema relativo che i cattolici non riuscissero a esprimere il governo di Milano in epoca repubblicana.

Il rapporto con la politica

Il cattolicesimo lombardo batteva altre strade, diverse da quelle della politica. Negli ultimi trent’anni il rapporto fra Lombardia e politica ha assunto sfumature diverse. Ma forse l’assenza di dimestichezza con il governo della cosa pubblica, in chi veniva da una tradizione di “società senza Stato”, si è avvertita.

Quanto alla Milano di oggi, c’è da chiedersi se a disfare i milanesi sia stata non l’Italia, ma proprio il successo di Milano, la sua straordinaria capacità di attrazione, che ha rimescolato tutte le carte e fatto venir meno quel che restava di una sorta di “aristocrazia lombarda”.

Chissà se i caratteri nazionali possono divorare se stessi

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