Gentiloni, sei più

A un anno dalla sconfitta di Renzi, gli esperti danno i voti al presidente del Consiglio. Che ne esce «benino»

6 Dicembre 2017

Vanity Fair

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Esame superato o premier respinto? È passato un anno dalla cerimonia della campanella che sancì il passaggio di consegne tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni: correva il 12 dicembre del 2016. Ma fare un bilancio di questi dodici mesi di governo non è poi così semplice. Un po’ perché ci sono leggi in bilico, come quelle sul fine vita e lo ius soli, dal destino ancora incerto.
E un po’ perché il premier è così posato da sembrare a qualcuno «invisibile». Per vederci chiaro abbiamo deciso perciò di metterlo ai voti.

Voto 5,5
«Con il memorandum d’intesa tra Italia e Libia e la strategia di esternalizzazione delle frontiere è stato messo in secondo piano il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo: parliamo di un flop bello e buono. In compenso, grazie ai finanziamenti messi in campo, i Comuni con progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) sono passati da 1.000 a 3.200: accolgono 36 mila migranti». Riccardo Bonacina, direttore di Vita, magazine del non profit.

Voto 6
«L’aspetto positivo è che la sua leadership di basso profilo, comunicativamente anoressica, è stata utile ad aprire un periodo di tregua politica e a dare continuità all’azione di governo. Il Partito Democratico rischia però di pagare caro alle urne il dualismo che si è venuto a creare con il governo Gentiloni, dualismo emerso per esempio quando è stato riconfermato Ignazio Fisco al vertice di Bankitalia». Giovanni Orsina, politologo dell’Università Luiss di Roma.

Voto 6,5
«Se i parlamentari, sotto elezioni, avessero briglia sciolta, ogni legge di bilancio peggiorerebbe lo stato dei conti pubblici. Lo ha fatto anche Gentiloni, aprendo una falla nella Legge Fornero, ma è riuscito a contenere l’assalto alla diligenza. Il suo governo è protagonista però di una fase di “revanscismo economico”, come dimostra per esempio il ricorso al cosiddetto golden power nell’affaire Vivendi-Tim». Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, think tank liberale.

Voto 7 –
«Un anno fa Paolo Gentiloni ha ereditato un Paese spaccato a metà, che ha saputo ricucire: il suo governo silenzioso ha anche ridato credibilità all’ Italia a livello europeo. Tuttavia, aver perso l’occasione di ospitare l’Ema rappresenta una dura sconfitta, anche se giunta tramite sorteggio: se il premier si fosse speso maggiormente per Madrid nella vicenda catalana, forse avremmo avuto un alleato in più e non ci sarebbe stato bisogno di uno spareggio». Roberto Sommella, autore di Euxit, fondatore dell’associazione La Nuova Europa.

Voto 7
«Ha saputo durare tra la Scilla di Matteo Renzi, che non riesce a capacitarsi dell’indipendenza di giudizio e d’azione del premier Paolo Gentiloni, da lui voluto perché ritenuto “biodegradabile”, e la Cariddi dei diritti, difficili da fare approvare (ius soli e biotestamento). Peccato che i nostri rappresentanti non sappiano muoversi a livello europeo: si pensi alla battaglia persa per ospitare l’Agenzia europea del farmaco». Gianfranco Pasquino, politologo, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna

Che fine ha fatto il Cnel, «sopravvissuto» al referendum?
Doveva indicarci la «retta via» in materia economica. Ma è talmente preso a lottare per la propria sopravvivenza che non ne ha il tempo. Dopo essere scampato al referendum costituzionale di un anno fa, il Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) continua a vivere pericolosamente. Sull’organo consultivo pende ora la scure del presidente del Senato Pietro Grasso. Il nuovo regolamento di Palazzo Madama, in fase di approvazione, prevede infatti di abolire la possibilità di chiedere al Cnel pareri, proposte e studi sui temi di intervento legislativo. Peccato che al bastone segua la carota: tra le pieghe della nuova legge di Bilancio è spuntato a sorpresa il ritorno d’indennità e rimborsi spese per i componenti del Cnel, aboliti nel 2015 al fine di ridurre i costi (prima la «terza camera» bruciava 19 milioni di euro l’anno). Champagne per i 48 nuovi consiglieri nominati ad agosto.

Da Vanity Fair, 3 dicembre 2017

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