La gente vota col portafoglio

Ecco perché la riduzione del peso fiscale è diventata cruciale in tutte le elezioni, ma la riduzione delle tasse dipende da quella delle spese

24 Agosto 2022

Italia Oggi

Argomenti / Politiche pubbliche

La questione delle tasse ha fatto il suo ingresso con prepotenza nella campagna elettorale. Nessuna sorpresa, visto che milioni di italiani votano con il portafoglio in mano e che il nostro fisco resta vorace, sclerotizzato e inefficiente, severo con i deboli e mite con i forti. L’iniziativa l’ha presa la destra rilanciando, ancorché in diverse versioni, la flat tax. L’idea è che la riforma «si ripaga da sola», perché riducendo le tasse si «rimette in moto l’economia». Si tratta di una storia troppo bella per essere vera. Infatti, le evidenze empiriche ne raccontano un’altra: le riduzioni di tasse producono buchi di bilancio che prima o poi vanno coperti con tagli della spesa o con altre tasse.

Di segno diverso è la flat tax elaborata non molto tempo fa dall’Istituto Bruno Leoni, che prevede un’aliquota unica del 25 per cento per le principali imposte (Irpef, Ires, Iva), l’abolizione di Irap e Imu, una profonda revisione della spesa pubblica. Ma, come hanno spiegato gli estensori della proposta, prima si taglia la spesa e poi si tagliano le tasse. Condizione che la rende incompatibile con i moltiplicatori magici di Salvini e Berlusconi. La riforma del think tank liberale prevede anche l’introduzione di un «minimo vitale», ossia un trasferimento monetario diretto ai più poveri in sostituzione dell’odierno (e caotico) sistema di prestazioni assistenziali. Si tratta, quindi, di una riforma fiscale e del welfare che include temi vicini al centrodestra, come la riduzione della pressione fiscale, ma anche cari al centrosinistra, come la lotta alla povertà.

Per i suoi sostenitori, la flat tax ha due caratteristiche fondamentali: semplifica enormemente il sistema fiscale e ne limita la progressività. La semplificazione è ovviamente un grande vantaggio, di fronte a sistema fiscale come quello italiano, zeppo di una miriade di tributi, agevolazioni, deduzioni, detrazioni. I limiti che impone alla sua progressività sono invece molto consistenti. La progressività delle imposte, dettato costituzionale a parte, è infatti considerato dalla sinistra un tratto distintivo della cittadinanza democratica. Nel suo sistema di valori, tende a fornire un’assicurazione sociale nel breve periodo e una protezione delle fasce più deboli nel medio-lungo periodo. Per i «più cinici», si potrebbe aggiungere, è anche necessaria alla pace sociale. È pertanto difficile che il Pd possa rinunciarvi senza pagare un altissimo prezzo tra i suoi elettori (Romano Prodi ha detto che, se lo facesse, «perderebbe l’anima»).

Del resto, storicamente l’idea-forza della sinistra nel campo fiscale è stata la concentrazione del prelievo su un’unica imposta sul reddito, personale e progressiva. Dei due criteri aristotelici assunti da Adam Smith come cardini dell’ordinamento tributario -il principio commutativo (equivalenza tra valore dell’imposta e servizio pubblico) e il principio distributivo (equivalenza tra imposta e capacità contributiva)- la sinistra ha sempre puntato sul secondo. Negli ultimi decenni, però, questa idea-forza è entrata progressivamente in crisi. A questa crisi, segnalata già a metà degli anni Ottanta da economisti come Antonio Pedone e Giorgio Fuà, hanno contribuito prima l’inflazione, con il suo cieco automatismo di drenaggio fiscale, poi la crescente complessità della società di massa.

Nel passaggio di secolo la crisi dell’imposta personale e progressiva non ha scosso, tuttavia, la fiducia granitica della sinistra nell’articolo 53 della Costituzione («Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività»). Si è aperta, è vero, una riflessione sulle sue contraddizioni e, in alcuni ambienti accademici, sono state formulate proposte di riforma radicale, ma che non sono mai riuscite a varcare la soglia della provocazione intellettuale. Penso, in particolare, a quella che si è ispirata alle teorie di economisti come Nicholas Kaldor e James E. Meade: la trasformazione dell’imposta personale sul reddito in una imposta personale sulla spesa. Il suo fondamento concettuale risale a Thomas Hobbes: è più giusto che un cittadino sia tassato per ciò che preleva dal «fondo comune», che per ciò che vi apporta.

Ora, se la sinistra è stata identificata con il «partito delle tasse» una ragione c’è. L’incremento del prelievo fiscale è in buona parte avvenuto fra fine Ottocento ed inizi Novecento per finanziare lo sviluppo dello Stato assistenziale. In Gran Bretagna, i conservatori che lo avversavano ne imputavano la responsabilità all’allargamento del suffragio, che aveva portato in Parlamento i rappresentanti delle classi popolari. Lasciare ai liberali le decisioni sulla spesa sociale -si disse allora- era «come nominare il gatto guardiano della ciotola del latte». L’origine dell’equazione sinistra eguale più tasse è qui. La sinistra vuole più Stato sociale. Più Stato sociale significa più tasse. Una parte non piccola della sinistra ha introiettato questo atteggiamento, e dunque ritiene che abbassare le tasse significhi semplicemente tagliare lo Stato sociale tout court.

In realtà, le protezioni sociali dipendono, in misura che non ha confronto con i diritti civili e politici, dalle risorse create dal mercato. Sfidati dai cambiamenti demografici, della famiglia e del lavoro, i sistemi di welfare sono sulla graticola dei governi da quando non è stato più possibile pagarli aumentando le tasse. Sono stati finanziati indebitandosi. E il debito occorre restituirlo. Se le cose stanno così, non basta l’appello alla lealtà e al senso civico dei contribuenti. Non bastano i «patti fiscali» tra Stato e cittadini, le procedure telematiche, la tracciabilità della moneta, una decisa semplificazione normativa. Tutti provvedimenti importanti, sia chiaro. Occorre che la spesa pubblica corrisponda davvero a un ragionevole costo dello Stato sociale. Magari promuovendo modelli di welfare locale non gestiti da mastodontici apparati burocratici.

da Italia Oggi, 24 agosto 2022

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