Gas, inflazione e concorrenza. La lezione di Manzoni sul calmiere

Perché non è così che si affronta la crisi: excursus storico-letterario sugli antecedenti del price cap

3 Ottobre 2022

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

L’editto di Diocleziano è del 301. L’imperatore doveva reagire a un’economia traballante e all’inflazione che falcidiava il reddito delle famiglie. L’idea che si fece strada nella sua mente avrebbe poi avuto infiniti tentativi d’imitazione: Diocleziano pubblicò un grande tabellario col quale fissava il prezzo massimo a un migliaio fra beni e servizi, e alla remunerazione del lavoro necessario per produrli. A scuola ci insegnano com’è andata a finire: i beni a prezzo calmierato sul mercato non si trovarono più e a chi ne desiderava non rimaneva che comprarli, a valori ancora più elevati, sul mercato nero.

Sessant’anni dopo, l’imperatore Giuliano, scrive Gibbon nella Storia della decadenza e caduta dell’impero romano, tentò «di fissare per legge il valore del grano. Stabilì che, in un periodo di penuria, esso dovesse essere venduto a un prezzo che raramente era stato conosciuto nelle annate più abbondanti. Le conseguenze potevano essere previste. I proprietari terrieri non portarono come di consueto la loro merce alle città; e le piccole quantità che apparvero sul mercato furono vendute a un prezzo maggiore ancorché illegale».

La metafora
Dell’effetto dei calmieri parla, con chiarezza insuperata, Alessandro Manzoni nei Promessi sposi. Il rincaro del prezzo del grano nella Milano della carestia e della peste sarebbe «salutevole», perché incentiverebbe l’importazione di granaglie estere, che invece è ostacolata dalle «leggi stesse tendenti a produrre e mantenere il prezzo basso». Per sua sfortuna la folla meneghina trova in Antonio Ferrer «l’uomo secondo il suo cuore». «Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto? che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla».

Fissò il prezzo del pane a un livello che «sarebbe stato il giusto, se il grano si fosse comunemente venduto trentatré lire il moggio: e si vendeva fino a ottanta. Fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo».

L’eloquenza di Manzoni serve a poco. Di controlli sui prezzi continuiamo a parlare centottant’anni dopo i Promessi sposi e a duecentocinquanta dalla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith. Nel mentre, non abbiamo avuto esperienze poi molto diverse. Chi sostiene che i calmieri funzionino per frenare l’inflazione (come la storica Meg Jacobs e l’economista Isabella M. Weber) tende a riferirsi all’esperienza della seconda guerra mondiale. In particolare, Jacobs e Weber ricordano di quando Franklin Delano Roosevelt doveva assieme porre un freno all’inflazione e trasformare gli Stati nell’«arsenale della democrazia». In guerra, i governi tendono a perseguire un solo obiettivo: riorientano cioè tutte le produzioni in funzione dello sforzo bellico. Il problema con cui si confrontano ha una natura quasi ingegneristica: come utilizzare al meglio certe risorse (materie prime, persone, luoghi di produzione) per soddisfare un solo obiettivo. La società diventa un’unica, grande fabbrica.

Il cortocircuito
Oggi i piani per fronteggiare l’aumento dei prezzi energetici vanno in quella direzione. Il governo italiano ha parlato per mesi (pur senza trovare grande consenso in Europa) di un calmiere al prezzo del gas. Tuttavia, come nella Roma di Diocleziano, mettere un tetto al prezzo del gas rischia di ridurre la disponibilità di tale combustibile, aggravando la situazione anziché risolverla, e costringendo i governi a mettere in atto politiche di razionamento per mitigare gli effetti di una crisi da essi stessi, se non creata, quanto meno amplificata.

Il prezzo del gas si determina alla Borsa di Amsterdam non perché sia nelle disponibilità di ipotetici speculatori olandesi, ma perché quella è la borsa più liquida che negli anni è emersa come un benchmark a livello europeo. Se il metano ha raggiunto prezzi record non è perché ci siano chissà quali macchinazioni dietro: è perché ne domandiamo più di quanto ce ne sia in giro, e perché – a causa della guerra – l’offerta si è ulteriormente ridotta. Un discorso analogo vale per le proposte di intervento sui mercati dell’energia elettrica, attraverso forme di «disaccoppiamento» dei prezzi della luce da quelli del gas che serve per generarla. Il prezzo dell’energia elettrica corrisponde al costo marginale del complesso di chi contribuisce a generarla, cioè al costo marginale della tecnologia di generazione elettrica più «cara» necessaria a soddisfare la domanda in un preciso momento.

Ciò somiglia molto alla descrizione da libro di testo di un’economia concorrenziale e ha contribuito, nel corso del tempo, a finanziare le nostre amate fonti rinnovabili, che hanno costi marginali ridotti e costi fissi assai rilevanti. Il paradosso è che tutti parlano di transizione ecologica, ma poi invocano politiche che – tra tutte le fonti – finirebbero per colpire maggiormente quelle pulite.

Ovviamente, l’andamento dei prezzi del gas dipende anche dalla tendenza generale dei prezzi: anni di QE hanno immesso moltissima moneta del sistema e l’inflazione è la conseguenza, per l’appunto, del rapporto fra quantità di moneta e domanda di beni e servizi.

Consumi e necessità di famiglie e imprese variano, sulla base di un’infinità di fattori, e non è possibile pianificarli con facilità senza conoscerne il dettaglio. Rischiamo di trovarci in una situazione simile a quella del lockdown, con l’elenco delle «attività essenziali» che cresce, a colpi di autocertificazione, per non fermare gli ingranaggi della produzione. Sarebbe bastato leggere Manzoni.

Da L’Economia del Corriere della Sera, 3 ottobre 2022

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