Esami on line per un’università più inclusiva

Esami online e università telematiche: ostacoli normativi e resistenze accademiche rischiano di penalizzare studenti lavoratori

4 Marzo 2026

Il Giornale

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Circa 1 studente universitario su 7, in Italia, frequenta atenei telematici. Si tratta perlopiù di lavoratori che hanno ripreso gli studi e, solo grazie alle lezioni registrate, alle dispense online, agli incontri in streaming e alle prove di autovalutazione, riescono a tenere assieme studio e lavoro. È un universo in crescita, poiché si avvale sempre più di nuove tecnologie e permette soluzioni un tempo inimmaginabili.

Purtroppo, questo pezzo d’Italia che vuole rimanere al passo con i tempi deve fare i conti con numerosi ostacoli di natura normativa. Gli atenei tradizionali non vedono di buon occhio i competitor online, spesso privati, anche perché il vecchio potere accademico baronale è spiazzato dinanzi a soggetti che non adottano il caratteristico autogoverno universitario italiano, in ragione del quale filologi romanzi o microbiologi gestiscono atenei anche di grosse dimensioni (con risultati talvolta meno che modesti).

L’ultimo attacco alle telematiche viene dal divieto di gestire online gli esami, a dispetto del fatto che queste università si siano dotate di tutti gli strumenti necessari a garantire la massima correttezza delle prove. In Parlamento qualcuno ha compreso come ciò penalizzerebbe chi vuole studiare e acquisire un titolo, ma la campagna condotta dalla Crui (l’associazione dei rettori delle università tradizionali) è molto efficace. A questo punto non è detto che la ragione finisca per prevalere.

Quanti in Italia si occupano di università, in effetti, sembrano ignorare come in America e nel resto d’Europa il ricorso agli esami da remoto sia più che consolidato, dato che esistono strumenti tecnologici che offrono tutte le garanzie.

L’ostilità di larga parte del mondo politico e universitario verso gli atenei telematici è facilmente spiegabile. Innanzi tutto, pochi conoscono davvero in che modo operano queste realtà e nemmeno hanno chiaro che i loro professori e ricercatori devono passare al medesimo vaglio (dottorato di ricerca, abilitazione, concorso) delle università vecchio stampo. Oltre a ciò, vi è una decisa ostilità – a sinistra, ma non solo – verso quanto è privato, nella convinzione che solo lo Stato debba operare nell’ambito dell’istruzione. Infine, abbiamo una comprensibile, ma pericolosissima, autodifesa da parte di un’accademia di Stato del tutto avversa a realtà che non vivono di denaro pubblico e permettono a molti lavoratori di studiare e laurearsi.

Un simile intreccio di ignoranza, ideologia e interessi corporativi, però, può causare tanti danni. Con l’imposizione agli atenei online di predisporre esami in presenza, diversamente da quello che accade nel resto del mondo, tanti studenti lavoratori si trovano in difficoltà, specie chi vive in realtà isolate oppure ha difficoltà a ottenere un giorno libero dalla propria azienda. In un Paese che già registra un numero di laureati inferiore alla media europea, ulteriori problemi organizzativi potrebbero incrementare il fenomeno dell’abbandono. C’è allora da sperare che alla fine il buon senso avrà la meglio: nell’interesse di chi oggi sta finanziando i propri studi e dovrebbe essere incoraggiato, e non già ostacolato.

oggi, 5 Marzo 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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