Forse mai prima del Piano Mattei, la strategia voluta dal governo Meloni per una cooperazione rinnovata con i paesi africani, una legge era stata intitolata a un manager pubblico.
Il primato dice molto dell’eredità di Enrico Mattei, di cui quest’anno ricorrono i 120 anni dalla nascita, un anniversario riconosciuto come di interesse nazionale dal governo e come tale celebrato in tutta Italia e, lunedì 5 ottobre, dall’università Suor Orsola Benincasa.
Dice, prima di tutto, quanto la sua memoria sia ancora – e necessariamente – viva. Sono ormai tre le generazioni che non lo hanno conosciuto, ma l’azienda che ha costruito, l’Eni, continua a segnare il ritmo del rapporto tra Stato e mercato in Italia. Basti leggere le prime pagine dei giornali in questi giorni. Il taglio al costo della benzina e delle bollette di cui Eni si è fatto caricato e che è stato prevedibilmente emulato dai concorrenti è la prosecuzione dei tagli e dei tetti fino a ieri finanziati dallo Stato. L’Eni, oggi come ieri, è una colonna portante dell’economia italiana e dei rapporti dell’Italia con i paesi stranieri. Non è un giudizio, ma un dato di fatto.
A tirare su quella colonna fu un uomo venuto dalla provincia, un piccolo, forse piccolissimo imprenditore nella chimica che, trovandosi nel mezzo della storia italiana, decise non solo di farne parte, ma di farla. Comandante partigiano, in prima fila nel corteo durante le celebrazioni per la liberazione di Milano accanto a Ferruccio Parri e Luigi Longo, venne chiamato dal Comitato di liberazione nazionale Alta Italia a liquidare uno degli enti del fascismo, l’Agip.
Fece il contrario. In pochi anni, trovò il gas, costruì – anche in barba alle procedure necessarie – una rete di metanodotti che portava energia a costo accessibile alle industrie del Nord e pian piano – si fa per dire – organizzò una holding di Stato che ancora oggi è la prima impresa italiana. Seppe fare della scarsità un’opportunità (lo chiamavano il petroliere senza petrolio), della politica un taxi, della necessità virtù, del potere un pregio, delle modeste condizioni economiche un’occasione di riscatto per l’Italia e per sé, dei soldi pubblici un affare di mercato. Nel 1958, il New York Times lo paragonò a Cesare Augusto, che aveva trovato una Roma fatta di mattoni e l’aveva ricoperta di marmo.
Negli anni in cui Mattei costruiva l’impero dell’Eni, l’Italia entrava nel boom. Di quell’Italia, fatta non solo di un miracolo economico ma anche delle tre male bestie, come le chiamò Sturzo, dello statalismo, della partitocrazia e dell’abuso di denaro pubblico, Mattei fu al contempo figlio e alfiere. In lui, si condensa l’ambivalenza delle scelte repubblicane del 1948: un sistema che proclama libera l’iniziativa economica privata e insieme apre allo Stato le porte dell’impresa fino ad arrivare, nel 1962, alla nazionalizzazione dell’energia elettrica.
In quello spazio tra pubblico e privato, Mattei entrò con il genio dell’imprenditore e l’istinto del politico. Grazie a questo talento, contribuì a far uscire l’Italia dalla povertà, ma le lasciò in eredità le tre male bestie di Sturzo. Montanelli tra gli altri riconobbe l’ambivalenza del suo ruolo. A lui si dovevano molte delle “ magagne” – come le definì – che affliggevano l’Italia ma anche il prestigio che essa aveva nel mondo. Fu forse l’interprete più audace della politica economica italiana: ne seppe sfruttare le possibilità, le reticenze, le debolezze. E lasciò un impero che gli è sopravvissuto in ottima forma, superando trasformazioni essenziali come il passaggio da ente di gestione a azienda quotata. Non solo Eni c’è ancora, ma esiste ancora il metodo Mattei come strumento di politica industriale (e) estera italiana. A quel metodo guarda il Piano che oggi porta il suo nome.
Gli unicorni, da noi, hanno avuto sempre una scuderia a Roma. Senza di quella forse non sarebbero nati. Senza di loro forse non avremmo avuto il miracolo. Non possiamo sapere dove sarebbero state dirottate le risorse che sono servite a costruire una straordinaria azienda di Stato. Ma con i se e i chissà la storia non si fa. E Mattei la storia d’Italia, questo è certo, l’ha fatta.