È vero, il Pil non compra la felicità, ma tutto ciò che serve per essere felici

I primi dieci paesi al mondo per felicità sono tra i primi quindici più ricchi, e viceversa

25 Marzo 2019

Il Foglio

Carlo Stagnaro

Direttore Ricerche e Studi

Argomenti / Teoria e scienze sociali

I tre paesi più felici del mondo, secondo il World Happiness Report, sono Finlandia, Danimarca e Norvegia. Quelli meno soddisfatti, invece, il Sudan del Sud, la Repubblica Centrafricana e l’Afghanistan. I primi dieci paesi sono tra i primi quindici più ricchi, e viceversa. Inoltre, la felicità cresce nei periodi di espansione economica e cala durante le crisi. Forse i soldi non comprano la felicità, ma aiutano.

Lo studio della felicità – e delle ragioni che la determinano – è una delle più stimolanti frontiere della ricerca economica recente. Il World Happiness Report, per esempio, contiene un’interessante analisi econometrica. Utilizza sei variabili: il Pil pro capite, l’aspettativa di vita in salute, il “social support” (cioè l’aspettativa di aiuto da parte degli altri), la libertà di compiere scelte sulla propria vita, la percentuale del Pil destinata alla beneficenza e la percezione della corruzione. Congiuntamente, questi indicatori spiegano circa i tre quarti delle variazioni nella felicità. Non solo: essi sono associati al Pil (ad esempio l’aspettativa di vita), oppure stanno a monte di esso (l’assenza di corruzione).

Negli anni Settanta, fece discutere un paper di Richard Easterlin, il quale – pur riconoscendo la relazione tra Pil pro capite e felicità – metteva in discussione che vi fosse anche un nesso con la crescita economica. Il “paradosso di Easterlin” venne successivamente confutato, tra gli altri, da Betsey Stevenson e Justin Wolfers, i quali mostrarono le limitazioni nei dati utilizzati e la conseguente non-replicabilità dei risultati. Altri si sono chiesti: se la disuguaglianza nei redditi e nelle ricchezze è percepita come un problema, non dovremmo forse preoccuparci anche della disparità nell’essere felici? Andrew Clark, Sarah Flèche e Claudia Senik hanno trovato che, negli ultimi quarant’anni, la divaricazione della felicità si è ridotta di pari passo con quella economica. Del resto, solo una società relativamente ricca possiede le risorse per non lasciare nessuno indietro, e questo spiega perché anche i meno fortunati sono relativamente più felici quando vivono in una comunità più benestante. Daniel Bennett e Boris Nikolaev hanno a loro volta dimostrato che la disuguaglianza nella felicità cala non solo all’aumentare del benessere, ma anche della libertà economica.

Queste osservazioni consentono di arrivare a due conclusioni. La prima è che le notizie sul superamento del Pil sono grandemente esagerate. Le sue fondamenta concettuali furono gettate nel Diciassettesimo secolo, mentre la sua formalizzazione risale alla prima metà del Novecento grazie, tra gli altri, ai pionieristici lavori del premio Nobel Simon Kuznets. Il Pil non è perfetto: per esempio, trascura il valore economico delle transazioni non monetarie (come i lavori domestici all’interno della famiglia) e scricchiola in un’economia basata sui servizi, molti dei quali sono gratuiti. Diversi economisti, tra cui Martin Feldstein, ritengono pertanto che le statistiche sulla produttività siano viziate perché partono da una sottostima del valore del prodotto. Ciò nonostante, il Pil rimane imprescindibile per valutare e comparare la performance economica delle nazioni, e tutti gli indicatori “alternativi” (quali la felicità o il benessere) non se ne discostano in misura significativa. Tutte queste misure sono complementari al Pil e mettono a fuoco aspetti specifici della vita economica e sociale, ma hanno anche maggiori profili di incertezza e arbitrarietà, senza offrire grandi vantaggi informativi. La seconda conclusione è che, nonostante gli intensi stress test a cui è soggetta anche dall’interno, l’economia come disciplina se la passa benone. Con tutte le approssimazioni del caso, incluse le limitazioni all’ipotesi di razionalità, la rappresentazione dell’essere umano come un massimizzatore di utilità continua a reggere (e, del resto, sarebbe ben ingenuo quell’economista il quale pensasse che essere felice non faccia parte della funzione di utilità degli individui). Coerentemente, gli studi empirici sulla felicità confermano che essa cresce quando le persone possono consumare un paniere più ampio di beni e servizi, la qualità del paniere migliora, e le opportunità di scelta si moltiplicano.

Per essere felice, una società dev’essere prospera, e per essere prospera dev’essere libera: come ha scritto David Friedman, il capitalismo è quel sistema economico nel quale, se desideri qualcosa, puoi comprarlo. La felicità è un apostrofo rosa tra le parole “quant’è?”.

da Il Foglio, 23 marzo 2019

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