Due scrittori davanti alla fine dell’Europa

Roth e Zweig negli anni Trenta: due sguardi sulla crisi europea tra totalitarismi, nostalgia imperiale e fine della Mitteleuropa

19 Marzo 2026

ItalyPost

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Chi giustifica la Russia, giustifica ipso facto anche il Terzo Reich». La lettera è del 30 novembre 1933. Hitler è cancelliere da 11 mesi. La scrive Joseph Roth. Questo Ombre folli (Adelphi, 2026, pp.) reca in copertina il suo nome e quello di Stefan Zweig. Ma c’è una voce che si sente più forte. Quando i due si conoscono, Zweig è già un peso massimo. È autore di teatro, di biografie storiche, di poesia, di romanzi. Roth è noto soprattutto come giornalista, è stato in Unione sovietica per la Frankfurter Zeitung, ma le sue opere più importanti sono di là da venire. Zweig si muove con disinvoltura anche negli ambienti mondani. L’altro è un tipo che non riesce mai a pareggiare le uscite con le entrate, chiede soldi, vorrebbe una mano con gli editori, dai quali riceve lauti anticipi che poi si mangia. Beve e quando dichiara di esser «perfettamente sobrio» è perché «si può dire che bevo solo vino bianco».

La differenza fra i due è che l’uno si è accorto della piega che ha preso la storia, l’altro no. Nella Prima Guerra Mondiale, Zweig ha aderito, dopo un breve tentennamento, alla causa pacifista patrocinata dall’amico Romain Rolland, che considera lo spirito più alto dei tempi. «L’Europa somiglia a un manicomio», annota lo scrittore francese nei suoi diari, mentre intorno a lui tutte le polveriere prendono fuoco. Roth, nato in Galizia, ha combattuto sul fronte orientale. Avere sperimentato, a un palmo dal suo volto, l’inferno della guerra lo rende più consapevole delle sue conseguenze dell’amico che pure ne ha denunciato la barbarie. La fine dell’Impero di Francesco Giuseppe è per Roth una perdita esistenziale. I suoi romanzi più belli sono un’elegia per quello che Zweig poi chiamerà «il mondo di ieri».

Corrispondente in Russia, Roth ha osservato che il mondo nuovo somiglia a quello vecchio. Se per gli intellettuali d’inizio Secolo il «borghese» è l’incarnazione della banalità impiegatizia, di una mentalità grettamente amministrativa, l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche è «borghese» a modo suo. In quella lettera del 30 novembre 1933, esorta l’amico famoso a disilludersi: «Mai e poi mai il comunismo ha “trasformato un’intera parte del mondo”. Ha fatto una schifezza. Ha generato il fascismo e il nazionalsocialismo e l’odio verso la società dello spirito». Sono gli anni in cui i giornalisti occidentali vanno in Russia, «vedono il futuro e s’accorgono che funziona».

Della Germania nazista, Roth nota: «qualsiasi cittadino tedesco ormai è un dipendente dello Stato e, in quanto tale, un leccaculo». In questo, c’è qualcosa di nuovo e qualcosa di antico. C’è, nei prussiani, una sorta di vocazione diabolica alla precisione dell’obbedienza. Impossibile non pensare a uno scritto breve, due paginette soltanto, del 1917, opera del ragazzo prodigio di quella generazione, Hugo von Hofmannsthal, che distingueva il carattere prussiano da quello austriaco. Il prussiano è apparentemente virile, l’austriaco apparentemente puerile, il primo lotta per la giustizia, il secondo è indolente, il primo ha la forza dell’astrazione dalla sua, il secondo istinto storico, il primo è ostinatamente esagerato, il secondo ironico «fino al dissolvimento».

Perché Roth capisce che l’Europa è «un cadavere che si sta suicidando», e Zweig no? La lettura più facile e più ruffiana è che i suoi occhi vedano meglio proprio perché frequenta le bettole e non le cucine dei grandi ristoranti. Ma la risposta giusta forse è un’altra. Roth sa che cosa l’Europa ha perso con l’Impero austriaco: cioè una realtà politica multietnica e multinazionale, che riusciva, per quanto con mille problemi, a contemperare le diversità senza annullarle. L’alternativa è quella che si sta palesando: nazionalismo e socialismo.

«Lei è un individuo rispettoso, conservatore, tutte le sue qualità umane e letterarie sono quelle della vecchia Austria», scrive a Zweig e non si capacita di come questi non se ne avveda. Gli uomini di pensiero avevano avversato la calma accidiosa dei burocrati asburgici, la regolarità sonnacchiosa del mondo del vecchio Imperatore, la banalità di una politica che non voleva riplasmare l’uomo. Volevano una politica alla quale affidare entusiasticamente le proprie speranze, e fu l’inferno sulla terra. È per questo che implora l’amico: «lei deve amare l’Austria». Zweig se ne innamorerà, ma molto più tardi, quando ormai si sono spente tutte le luci.

oggi, 19 Marzo 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
0
    0
    Il tuo carrello
    Il tuo carrello è vuotoTorna al negozio
    Istituto Bruno Leoni