Si possono avere opinioni diverse sulle ragioni e le origini dei disordini di Milano e Torino, ma una cosa dovremmo averla ormai capita: non è aumentando i reati e le pene che si possono scongiurare episodi di violenza e teppismo come quelli appena visti.
I fatti sono gravi e lo sono tanto più perché commessi anche da ragazzini. Che abbiano sfasciato vetrine e lanciato sassi per spirito politico di protesta o per voglia di menar le mani o per approfittare del momento per rubare qualcosa, non cambia la natura criminale dell’azione. Non c’è scriminante che tenga e indulgenza che possa abbellire il brutto di questa storia.
Ma rispondere con una immediata stretta penale è sbagliato. Il governo invece ha dichiarato di voler adottare “nuove misure contro chi semina il caos”. Sul tavolo ci sono l’estensione del fermo preventivo ai minorenni, la pena per danneggiamenti di gruppo, l’estensione dell’arresto in flagranza differita, il divieto di aggregazione per chi si rende responsabile di violenze di gruppo.
L’intenzione è quella di dimostrare magari già oggi, con un Consiglio dei ministri appositamente convocato, che il governo c’è, agisce e reagisce con quella che Meloni ha definito una risposta ferma dello Stato. Già in data odierna il CdM potrebbe approvare, nella peggiore delle tradizioni, poco più che un titolo di decreto legge, o la trasposizione di norme in discussione in un ennesimo disegno di legge sulla sicurezza che è all’esame del Parlamento. In questa seconda, più probabile ipotesi, sarebbe utile accelerare i lavori in Parlamento, che è il luogo in cui poter valutare apertamente e nel confronto con esperti ciò che è successo, la novità di una criminalità giovanissima, le motivazioni reali o presunte che, proprio per il profilo inaspettatamente giovane degli indagati, richiedono una riflessione franca e seria, oltre la retorica della protesta giovanile da un lato e quella della repressione dall’altro.
Nel frattempo, esiste già un nome penale per i comportamenti che si sono visti: dal danneggiamento alla devastazione al saccheggio fino al coinvolgimento di minori a carico di organizzatori o facinorosi. Oltre tutto, proprio nel corso di questa legislatura sono fioriti nuovi reati o aggravanti: pensare di doverne introdurre di nuovi sarebbe come ammettere l’impotenza dello Stato di fronte alle devastazioni a cui abbiamo assistito. La certezza e la rapidità nel contestare questi reati quando vengono commessi sarebbero molto più efficaci della minaccia di nuovi strumenti penalistici. In effetti, a quell’età (e anche dopo) è più facile rispondere a un invito sui social che leggere la gazzetta ufficiale, seguire il gruppo che ponderare le conseguenze delle proprie azioni, sottovalutare più che sopravvalutare i rischi e i pericoli dei propri comportamenti. Per questo esiste un dovere educativo che non è quello delle leggi penali, ma di un complesso sistema di formazioni sociali, dalla famiglia alla scuola fino ai luoghi di incontro sempre più rari e meno frequentati da una generazione abituata a frequentare in solitudine il mondo virtuale. La loro assenza o fragilità non può essere sostituita dall’azione giudiziaria.
Non è un dovere che si esaurisce in 48 ore e che rende bene al telegiornale. Ma è l’unica cosa che può funzionare davvero, specie se a menar le mani sono i più giovani.