La vittoria del “no” al referendum può avere conseguenze persino più ampie della bocciatura di una riforma che avrebbe migliorato la giustizia italiana (e Dio solo sa quanto ce ne sia bisogno). C’è, infatti, il rischio che induca il governo ad abbandonare quello che è stato finora un caposaldo della sua politica economica – la prudenza sui conti spesso rivendicata dal ministro Giancarlo Giorgetti – per cercare di conquistare a suon di spesa parte del consenso perduto, in vista di elezioni ormai prossime.
I primi segnali ci sono già stati: il decreto sui carburanti taglia le accise di circa 20 centesimi al litro per appena venti giorni, al costo di oltre 400 milioni di euro. Questo intervento è discutibile sia per il suo obiettivo (sterilizzare il segnale di prezzo proprio quando dovremmo ascoltarlo) sia per l’effetto che può avere sulle finanze pubbliche. Trattandosi di un’operazione limitata nel tempo – e a nessuno sfugge mossa anche dalla speranza di influenzare il voto referendario – è stato possibile trovare le coperture tra le pieghe del bilancio. Ma è difficile che una misura del genere possa non generare la propria proroga. In questo modo, inevitabilmente si finirebbe ad accendere nuovo debito, gettando alle ortiche le fatiche fatte finora per archiviare la procedura di infrazione per deficit.
Per di più, l’anno venturo sarà un anno pre-elettorale, quindi già naturalmente segnato dalla tentazione di seminare regalie nella speranza di raccoglierne i frutti nell’urna. Sarà anche un anno caratterizzato da un inevitabile rallentamento dell’economia e, se la situazione in Medio Oriente non si risolverà rapidamente, dall’incancrenirsi della crisi energetica e dei suoi effetti inflazionistici. La richiesta di seguire le orme di Mario Draghi, che agli sgravi energetici dedicò oltre 90 miliardi di euro in un anno e mezzo, sarà quasi irresistibile: ma proprio per questo la premier dovrebbe, come Ulisse, farsi legare all’albero maestro per non lasciarsi trascinare tra le onde nel mare clientelare.
Fallita l’ambizione delle riforme istituzionali, l’igiene fiscale e la conseguente stabilità finanziaria sono a maggior ragione una medaglia preziosa per questo governo: questo patrimonio di credibilità ha consentito di manovrare finora con spread bassissimi, non a caso tornati a crescere lunedì dopo una discesa praticamente ininterrotta dal 2022. Non è detto che una serie di elemosine garantirebbe la vittoria elettorale, sicuramente renderebbe più complicato rivendicare quei primati di serietà, stabilità e affidabilità che alla premier sono così cari.