Genova è il secondo comune italiano, dopo Firenze, a considerare un bando alle pubblicità relative ai combustibili fossili. La settimana scorsa, il consiglio comunale del capoluogo ligure ha approvato con 23 voti favorevoli e 14 contrari una mozione che impegna la giunta a valutare “restrizioni o divieti sulla pubblicità di prodotti e servizi basati su combustibili fossili con un’elevata impronta di carbonio, quali auto, voli, navi da crociera e qualsiasi altro servizio direttamente collegato alle fonti fossili”. Lo stesso era accaduto a inizio febbraio nella città toscana. Il modello a cui i promotori della campagna guardano è quello di Amsterdam, dove le nuove restrizioni entreranno in vigore il 1 maggio.
Ma qual è il senso dell’iniziativa, promossa tra gli altri dal segretario generale dell’Onu, António Guterres, che da tempo si batte per trattare i combustibili fossili alla stregua del tabacco e di altri prodotti per cui non è consentita la pubblicità? Poiché l’utilizzo dei combustibili fossili produce emissioni climalteranti, la speranza è in questo modo di evitare di incentivarne il consumo. Ci sono tre falle in questo ragionamento. La prima è, ovviamente, che abbiamo già numerose politiche assai più efficaci di un mero divieto di esposizione di reclame murarie: tasse e balzelli (come le accise sui carburanti e gli oneri Ets), limiti emissivi, divieti dei prodotti più obsoleti, incentivi per quelli alternativi e via discorrendo. Secondariamente, non sempre le tecnologie a base di combustibili fossili sono facilmente sostituibili, quindi il divieto di reclamizzarne particolari modelli non avrà grandi conseguenze. In alcuni casi, si arriva a dei paradossi: che senso ha, per una città come Genova che promuove sé stessa come capitale dell’economia del mare e destinazione crocieristica, nascondere proprio queste attività? E che utilità può avere, proprio nel mezzo di uno sforzo di rilancio dell’aeroporto anche attraverso l’attivazione di nuovi collegamenti, impedire ai genovesi di venire a conoscenza delle destinazioni raggiungibili direttamente?
Infine, rimane sullo sfondo una questione più ampia: la transizione ecologica è un processo serio e complesso di trasformazione della nostra economia. Non si può pensare di cavarsela con mere iniziative simboliche, per di più a livello locale. I dibattiti di questi giorni e la crisi in corso ci aiutano a mettere a fuoco i costi e i vantaggi del percorso verso net zero. Se i combustibili fossili fossero semplicemente prodotti dannosi, potremmo vietarne l’impiego. Se non lo facciamo, è perché, oltre ai guasti, essi portano immensi benefici che ne rendono complicato l’abbandono immediato. Quella da seguire è una strada accidentata che deve necessariamente essere lastricata di pragmatismo. Le mozioni votate dai consigli comunali non hanno, di per sé, valore vincolante. Le sindache Silvia Salis e Sara Funaro dovrebbero ragionare seriamente su cosa si può fare nelle città per promuovere la sostenibilità: buttarla in caciara non serve né a loro, né alla transizione.