Divieto bustine monodose: sarebbe meglio lasciar scegliere

Non sempre le situazioni possono essere ridotte a una scelta semplicistica

6 Luglio 2026

Istituto Bruno Leoni

IBL

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

Contrordine, compagni: a partire da agosto comincerà il percorso per l’eliminazione, da bar e ristoranti, delle bustine monodose di condimenti e salse. Il divieto sarà totale, come per altre confezioni monouso, dal 1 gennaio 2030. Può apparire una piccola cosa, ma insegna molto.

Le confezioni monodose si sono diffuse nel corso degli anni per ragioni essenzialmente (ma non solo) igieniche: in precedenza, sale e zucchero, maionese e ketchup venivano spesso messi a disposizione in contenitori aperti. Alle motivazioni di igiene, che hanno avuto una comprensibile accelerazione nel periodo della pandemia, si aggiungono anche altre finalità di tutela della salute: nel caso dello zucchero, nel 2004 venne fatto espresso divieto di utilizzare le zuccheriere tradizionali, perché le persone sarebbero state spinte a utilizzarne quantità maggiori. La lotta contro il sovrappeso, dunque, passava anche per le bustine o, al massimo, per le zuccheriere dosatrici.

Ora tutto cambia: l’attenzione si è spostata dal contenuto al contenitore e, per minimizzare il packaging e dunque l’immissione di rifiuti, il regolamento imballaggi vieta le monodosi. La contraddizione tra le regole precedenti e quelle nuove è massima nel caso dello zucchero, ma vale un po’ per tutti i prodotti. Il regolamento imballaggi non si limita a imporre obiettivi ambientali ma costruisce anche una gerarchia delle possibili soluzioni e, in alcuni casi, ne assolutizza alcune e ne mette altre al bando. Il risultato è paradossale: come ha scritto Antonio Massarutto, il principio della gerarchia dei rifiuti (cioè che il riuso-riutilizzo è sempre meglio del riciclo che è sempre preferibile al recupero energetico) ignora che non sempre le situazioni possono essere ridotte a una scelta semplicistica. Per esempio: “Dove, esattamente, si deve porre il confine tra un gradino e l’altro della scala? Come si misura il “trade-off” tra i diversi livelli? È meglio avere il 20% dei materiali sul quarto gradino e l’80% sul secondo, oppure il 90% sul terzo e il 10% sul primo? È meglio produrre 50 t di rifiuti che poi vengono bruciati, oppure produrne 100 che però saranno riciclati? Qual è un costo socialmente accettabile per un incremento del riciclo del 10%, o per ridurre del 10% la produzione di rifiuti?”.

La vicenda delle bustine monodose offre una lezione simile: queste forme di packaging si sono imposte in un’epoca in cui la salute e l’igiene erano le priorità; adesso, con l’ambiente che assume maggiore importanza, vale il contrario. Il problema è che le priorità politiche possono cambiare, ma i problemi economici sono molteplici e non può esistere una soluzione valida per tutto: magari scopriremo che ha senso mantenere le monoporzioni di zucchero e abbandonare quelle di olio, o viceversa. Inoltre, i confini della questione possono cambiare con l’evoluzione tecnologica: il progresso nel campo dei materiali è impetuoso e non c’è motivo di impedire il packaging se ha un impatto zero o quasi. C’è un solo modo per uscire da questa impasse: lasciare che sia il mercato a decidere, trovando i giusti equilibri tra obiettivi diversi e talvolta contraddittori. Peccato che “lasciar scegliere” sia l’unica opzione che i nostri decisori politici non prendono mai neppure in considerazione.

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