Meno dipendenza russa, contratti brevi, prezzi bassi. Il trilemma del gas

Il piano Repowereu, da qui al 2030, prevede di alzare l'efficienza energetica dal 9 al 13% e le fonti rinnovabili dal 40 al 45%

20 Maggio 2022

Il Foglio

Carlo Stagnaro

Direttore Ricerche e Studi

Argomenti / Ambiente e Energia

L’Unione europea ha fissato l’obiettivo di smarcarsi dal gas russo il più rapidamente possibile, sia trovando nuove fonti di approvvigionamento sia riducendone il consumo complessivo. Fino a che punto questi due obiettivi sono compatibili?

Il piano Repowereu, lanciato mercoledì, da qui al 2030 prevede di alzare l’obiettivo sull’efficienza energetica dal 9 al 13 per cento e quello sulle fonti rinnovabili dal 40 al 45 per cento. Secondo le stime dell’agenzia internazionale dell’energia, risalenti a prima della guerra, la domanda europea di gas è destinata a scendere dagli attuali circa 600 miliardi di metri cubi a circa 500 nel 2030 e tra i 100 e i 200 miliardi di metri cubi nel 2050. I nuovi progetti spingono verso un taglio ancora più aggressivo: la domanda di gas dovrà scendere, la quota di mercato del metano sarà erosa dai gas rinnovabili (quali biometano e idrogeno verde) e le fonti rinnovabili lo rimpiazzeranno nella generazione elettrica e nella produzione di calore.

Alla luce di queste tendenze, è difficile coniugare i tre imperativi della politica energetica europea: l’abbattimento delle emissioni di CO2, la sicurezza dell’approvvigionamento di metano da fornitori diversi dalla Russia e il contenimento dei prezzi. E c’è il serio rischio che essi entrino in contraddizione. Lo ha sintetizzato su Twitter Claudia Squeglia: “Il fornitore per nuova offerta a prezzo basso vuole contratti lunghi, la decarbonizzazione degli acquirenti vuole contratti brevi. La sicurezza li vuole subito. Subito e brevi si chiama spot. Subito, brevi e a basso prezzo si chiama ingenuità”.

Lo sviluppo di nuove risorse richiede ingenti investimenti. La creazione di adeguate infrastrutture per il trasporto del gas (tubi, treni di liquefazione e rigassificatori) anche. Proprio la mancanza di questi investimenti sta alla base dell’incredibile corsa dei prezzi nel 2021. Sfortunatamente, le opere necessarie si ripagano nel lungo termine. Per questo chi le finanzia ha bisogno o di massimizzare gli incassi di breve (vendendo il gas al prezzo più alto possibile) oppure di minimizzare l’incertezza (stipulando contratti di lungo periodo). Ma che senso ha impegnarsi a ritirare un certo volume di gas per venti o trent’anni, se dichiariamo con tanto di fanfare che vogliamo sbarazzarcene il prima possibile? Lo stesso governo Draghi ne è ben consapevole: la possibilità, introdotta col decreto Energia, di aumentare la produzione nazionale di gas e rivenderlo a prezzo calmierato ai clienti industriali si regge sull’impegno all’acquisto di quei volumi per un decennio.

Naturalmente, si potrebbe risolvere il problema finanziario semplicemente anticipando i denari necessari, a carico degli stati. Ma sarebbe assurdo da ogni punto di vista: sia da quello dell’uso razionale delle risorse dei contribuenti, sia da quello ambientale. L’unica alternativa rimane dunque quella di acquistare una quota ben superiore rispetto al passato sui mercati spot: affidandosi dunque alla volatilità intrinseca dei mercati a pronti e accettandone il responso anche quando spinge i prezzi verso livelli precedentemente inimmaginabili. Ma allora bisogna abbandonare la speranza di contenere i costi. Tanto meno è difendibile la pretesa di sottrarre agli operatori i presunti extraprofitti. Se si stabiliscono regole che allungano i tempi di ritorno degli investimenti, e contemporaneamente ci si impegna a ridurre rapidamente i volumi, i conti non possono tornare.

Ci sarebbe un’unica – parziale – via d’uscita: affidarsi alle imprese che, gestendo ampie disponibilità di gas e una pluralità di clienti diversi in logica di portafoglio, possono poi rivenderlo in aree differenti, diversificando così il proprio rischio. Peccato che siano i governi europei oggi a cercare di giocare un ruolo da protagonisti nella corsa al gas, andando a negoziare direttamente le forniture coi paesi produttori, e che si parli persino di una barocca piattaforma europea per fare acquisti comuni. Come si dice, è complicato rendere le cose semplici ma è semplice renderle più complicate di quello che sono.

da Il Foglio, 20 maggio 2022

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