Dieci miti da sfatare

"L'anticapitalismo è solo una religione politica". Parla Rainer Zitelmann

18 Maggio 2023

Il Foglio

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Storico e sociologo, giornalista e imprenditore, Rainer Zitelmann ha svolto diverse professioni nel corso della propria carriera. La sua prima tesi dottorale dedicata alla figura di Adolf Hitler è stata tradotta in italiano ormai un quarto di secolo fa (Hitler, Laterza, 1998). Autore prolifico – ha all’attivo più di venti libri – Zitelmann si focalizza da qualche tempo sullo studio storico-sociologico del capitalismo (il secondo dottorato lo ha dedicato allo studio della psicologia dei super ricchi). E’ appena uscita per le edizioni IBL Libri la traduzione del terzo volume di una sorta di trilogia capitalistica: Elogio del capitalismo. Dieci miti da sfatare (gli altri, sempre per IBL Libri, sono La forza del capitalismo. Un viaggio nella storia recente di cinque continenti, 2020, e Ricchi! Borghesi! Ancora pochi mesi! Come e perché condanniamo chi ha i soldi, 2021). Ne parliamo brevemente con lui.

Rainer Zitelmann, nel suo ultimo libro affronta alcuni miti comuni sul capitalismo che la storia ha dimostrato essere falsi. Su tutti, che esso sarebbe la causa della miseria del mondo. Come si fa ad abbattere questi pregiudizi ideologici?
“Penso che le persone dovrebbero conoscere alcuni fatti storici che raramente vengono insegnati a scuola. Molti di questi fatti li menziono nel volume. Ad esempio, che, prima che il capitalismo emergesse, la maggior parte della gente viveva in estrema povertà. Nel 1820 circa il 90 per cento della popolazione mondiale si trovava in assoluta povertà. Oggi è meno del 10. In maniera ancor più eccezionale, negli ultimi decenni, a partire dalla fine del comunismo in Cina e altrove, il declino della povertà è accelerato a una velocità mai verificatisi prima nella storia umana. Nel 1981 il tasso di povertà assoluta era del 42,7 per cento; nel 2000 era sceso al 27,8 per cento; nel 2021 era inferiore al 10 per cento”.

Ad avvalorare la tesi che l’anticapitalismo non è che una religione politica, coi suoi dogmi e la sua fede, sembrano i diversi risultati del sondaggio che ha commissionato in vari paesi, tra cui l’Italia. Gli esiti dicono che quando non si menziona la parola “capitalismo” le risposte sono più favorevoli all’economia di mercato.
“E’ vero. Come era prevedibile, l’approvazione del capitalismo aumenta se non usiamo la parola, ma ci limitiamo alla descrizione del fenomeno. Ma, sfortunatamente, non è solo per la parola in sé: se la impieghiamo, in sei paesi viene approvata; altrimenti l’economia di mercato ottiene apprezzamenti in sette. Il supporto di gran lunga maggiore lo si trova in Polonia. Il che non è sorprendente, considerato che, quando c’era il socialismo, la Polonia era uno dei paesi europei più poveri. Mentre, dopo le riforme pro-mercato, è stato il paese con più crescita per oltre 25 anni”.

Il sesto capitolo è dedicato all’annosa questione del monopolio. Un’accusa ricorrente è che sia un prodotto del capitalismo. Eppure, come sottolinea Alberto Mingardi in un volume uscito in contemporanea col suo (Capitalismo, il Mulino), il “puzzle” del mercato si basa sull’innovazione, sul genio imprenditoriale e sul caso: nulla di più aperto e dinamico, proprio perché nessuno ha la chiave del processo. Come far capire che il problema è lo Stato, il quale ingessa il meccanismo di mercato e crea situazioni monopolistiche?
“Il capitalismo può portare a situazioni di monopolio. Tuttavia, è cruciale sottolineare come il suo carattere competitivo e aperto all’innovazione comporta sempre la distruzione dei monopoli stessi. I più sovrastimano la durata dei casi di monopolio. Nel 2007, il principale giornale inglese di sinistra, il Guardian, si chiedeva se Myspace avrebbe mai perso il suo monopolio. All’inizio del 2008, aveva una quota del 74,4 per cento del mercato dei social network; oggi è diventato praticamente irrilevante. Nel novembre 2008, la rivista Forbes ha pubblicato un articolo sul produttore di telefoni cellulari Nokia. Il titolo dell’articolo in copertina diceva ‘Un miliardo di consumatori. C’è qualcuno che può raggiungere il re dei cellulari?’. In modo stupefacente, Nokia sviluppò il primo smartphone in assoluto negli anni Novanta, ma non fu in grado di prevedere l’importanza giocata dalle app finché non fu ormai troppo tardi. Un altro esempio è Xerox, l’azienda che inventò la prima fotocopiatrice nel 1960 e che dominò il settore negli anni Settanta con una quota di mercato vicina al 100 per cento. Oggi Xerox è bloccata su una quota del mercato globale delle fotocopiatrici inferiore al 2 per cento”.

da Il Foglio, 18 maggio 2023

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