Le deleghe fiscali, i bonus e le montagne da spostare

Il nodo delle tasse: due persone che hanno lo stesso reddito non pagano le stesse imposte

29 Marzo 2023

Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Politiche pubbliche

La storia recente è un cimitero di deleghe fiscali. Dal governo Monti al governo Draghi, la legge delega (che dà un mandato al governo) è lo strumento privilegiato per intervenire sul fisco. Una cosa è dare al Consiglio dei ministri un compito, altra che venga eseguito. Basti ricordare la delega fiscale di Berlusconi/Tremonti.

Il disegno di legge venne presentato al Parlamento nel dicembre del 2001 e approvato nell’aprile del 2003. Annunciava un nuovo sistema, incardinato su due sole aliquote dell’imposta sui redditi: 23 e 33 percento. Il lettore sa com’è andata a finire.

Riuscirà Giorgia Meloni dove altri hanno fallito? Dalla sua ha una necessità oggettiva: il fisco italiano è ormai un vestito di Arlecchino. Due persone che hanno lo stesso reddito non pagano le stesse imposte. Il principio della progressività ormai vale quasi esclusivamente per lavoratori dipendenti e pensionati. Il sistema è percepito come un labirinto inespugnabile. Per questo, i partiti oggi al potere hanno fatto campagna elettorale parlando di flat tax: un’aliquota unica per le imposte sul reddito è insieme una promessa di pagare meno e la speranza di pagare «semplice».

Una cosa è la campagna elettorale, un’altra reggere le sorti del Paese e Giorgia Meloni lo sa benissimo. Per questo la flat tax è diventata un obiettivo a tendere, rimandato a fine legislatura. La prudenza, di solito, è una virtù. Ma non sempre.

I politici d’esperienza sanno che gli interventi sull’Irpef, sull’imposta sul reddito delle persone fisiche, sono sempre rischiosi. Serve la forza di chi sa smuovere le montagne, per fare appena pochi passi. Il governo deve ingaggiare lotte furibonde con l’alta burocrazia e mettere in campo grande sapienza tecnica ma rischia di incassare un dividendo di consenso minimo.

La complicazione del sistema provoca il paradosso per cui il rapporto più diretto fra cittadino e Stato, il rapporto fiscale, non può di fatto essere manovrato dal politico con la certezza che alle sue intenzioni corrisponda un certo risultato. Anche definire la platea di beneficiari di un determinato intervento è difficile. Proprio per quel che dicevamo prima: non siamo un Paese nel quale a un certo reddito corrisponda un certo livello d’imposizione.

È per questo che Matteo Renzi, al quale non difetta il fiuto politico, anziché infilarsi nella selva oscura di scaglioni e aliquote ha di norma preferito «mettere quattrini nelle tasche dei cittadini»: per esempio con il bonus 80 euro. Ma di bonus in bonus, di detrazione in detrazione, di privilegio in privilegio siamo arrivati dove stiamo.

Il grande albero delle spese fiscali è cresciuto in modo disordinato e deve essere potato. Questo il governo lo sa bene, e in verità lo sanno tutti, perlomeno dalla Commissione Vieri Ceriani (governo Monti) in avanti. Ma tutti sanno pure che eliminare deduzioni, detrazioni e bonus significa, a parità di aliquote, aumentare la pressione fiscale.

Le «spese fiscali» non spuntano da sotto i cavoli: esistono perché, nel corso degli anni, specifici gruppi di interesse sono riusciti a ottenerle, in cambio di consenso, dal decisore. Eliminare, per esempio, la detrazione di una certa quota delle spese veterinarie significa fare arrabbiare i proprietari di cani e gatti. I miopi non saranno contenti di sapere che non possono più detrarre quanto spendono per le lenti a contatto e qualcuno andrà su tutte le furie, sapendo di non poter più scontare i contributi della colf.

Se l’obiettivo è ridurre le spese fiscali, il gradualismo non può funzionare. È normale che i contribuenti siano attenti ai propri vantaggi, più che all’architettura del sistema fiscale nel suo complesso. È difficile convincerli che il cambiamento sia nel loro interesse, se avvertono di perdere qualcosa e non invece di guadagnarci.

La flat tax può piacere o meno, ma sottende un possibile scambio: io ti faccio portare meno cose in detrazione, in compenso ti do un’aliquota unica, chiara, che ti consente di avere una ragionevole certezza, il primo di gennaio, su quante tasse pagherai nell’anno. Si può avere tutt’altra idea del fisco ma senza un’idea, netta e facilmente comunicabile, una riforma fiscale non va lontano.

Il governo, stavolta, dovrebbe osare di più. Magari chiarendo una premessa. Le tasse dovrebbero essere il prezzo dei servizi pubblici. Sul lato della spesa (se volete: della redistribuzione), lo Stato può provare a intraprendere questa o quella attività. Non bisogna però usare il fisco per dividere spese, contribuenti e imprese fra buoni e cattivi, commendevoli ed esecrandi. Se questa è la prospettiva, gli obiettivi diventano chiari: la bontà di un sistema fiscale si vede nella sua capacità di generare gettito ma anche di rasserenare il rapporto fra Stato e cittadino.

dal Corriere della Sera, 29 marzo 2023

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