Deficit, debito & sussidi, chiamiamoli con il loro nome

Se vogliamo fermarci prima del precipizio smettiamo di indicarli come scostamento di bilancio e ristori

24 Ottobre 2022

L'Economia – Corriere della Sera

Argomenti / Politiche pubbliche

Un giorno un discepolo domandò a Confucio quale sarebbe stata la sua priorità se avesse avuto responsabilità di governo. Confucio rispose che in cima alla lista ci sarebbe stata certamente la necessità di «rettificare i nomi». Se alle parole non corrispondono concetti chiari, la lingua diventa una cortina fumogena, impedisce di agire. Per questo, lo statista dovrebbe «rettificare i nomi»: far sì che le parole dicano qualcosa. Il suggerimento confuciano non è privo di significato per chi si trovi, oggi, a governare l’Italia. Perché è abbastanza evidente che nell’Italia del 2022 (e non solo qui) i nomi non corrispondono alle cose.

Questo è particolarmente vero quando si parla di economia e finanza pubblica. Basti pensare a come la parola «deficit» sia stata sostituita da «scostamento di bilancio». I sussidi sono diventati ristori. Gli eufemismi e le metafore esauste, come aveva ben compreso George Orwell, in politica sono un anestetico del pensiero. Si pensi inoltre a come la cronaca di altri Paesi possa facilmente trasformarsi in una successione di apologhi truffaldini, se si usano le parole giuste (cioè, quelle sbagliate). Un esempio su tutti: non c’è quotidiano, non c’è telegiornale, non c’è talk show che non definisca iper, neo, ultra liberista l’ormai celebre mini-budget dell’ormai ex premier britannica Liz Truss. Una manovra economica costata il posto al Cancelliere dello Scacchiere Kwasi Kwarteng. 

Come ogni manovra economica (mini o maxi), gli ingredienti sono diversi: un taglio di un punto percentuale dell’aliquota minima (dal 20% al 19%) e di cinque punti dell’aliquota massima (dal 45% al 40%) dell’imposta personale; una revoca del previsto incremento di poco più di un punto percentuale dell’aliquota dei contributi sociali e dell’imposta sui dividendi e di sei punti (dal 25% al 19%) dell’aliquota dell’imposta sulle società; un taglio dell’imposta di registro sull’acquisto di immobili.

Fin qui gli impegni «sul lato dell’offerta» (supply-side, dal momento che va di moda tirare in ballo Ronald Reagan) che però non vanno oltre il 15% dell’impegno di spesa previsto dal mini-budget per il 2023. Il grosso del mini-budget consiste infatti in sussidi per il caro-energia per circa 70 miliardi di euro (a valere per i prossimi sei mesi). Nel complesso, parliamo di minori entrate o maggiori spese per circa 36 miliardi di euro annui nel prossimo quinquennio (oltre ai citati sussidi a carattere energetico) pressoché interamente derivanti da minori entrate (e per il 50% relativi ad abbattimenti della pressione contributiva o fiscale sui redditi più bassi) o, per meglio dire, da revoche di maggiori entrate. Un maxi scostamento di bilancio. 

Per citare la ex premier britannica: «il debito pubblico scenderà ma non grazie a tagli di spesa, bensì perché spenderemo bene». In Italia, l’abbiamo sentito tante volte: «coi ricavi della lotta all’evasione, abbasseremo le tasse». Nel racconto prevalente, la premier britannica sarebbe stata «sfiduciata» dai mercati per eccesso di liberismo: la potatura alle imposte. Quasi tutto il mini budget di Truss era fatto di sussidi o misure visibilmente intese a sostenere la domanda. Il problema era nelle modalità di finanziamento: tutto a debito. Cosa ci sia di liberista, neo, iper o ultra, in tutto questo è cosa veramente difficile da comprendere. Alla sfortunata Truss dobbiamo l’ennesima applicazione di quel keynesismo «idraulico» che è il vero pensiero unico a destra come a sinistra degli ultimi lustri. 

Si dirà che così non è e si ricorderà il Ronald Reagan del 1982 dimenticando che, pur essendoci solo molto parzialmente riuscito, il presidente americano si premurò di chiarire che avrebbe associato alla riduzione delle imposte corrispondenti tagli di spesa. Con l’obiettivo esplicito di ridurre il perimetro dello Stato e non già di accrescerlo o nella migliore delle ipotesi di lasciarlo invariato, come nelle intenzioni della signora Truss. Altrove nel mondo, tutto ciò è apparso subito chiaro. E’ sorprendente che invece non lo sia a noi. Che, dall’alto del nostro debito pubblico al 150% del prodotto o della nostra spesa pubblica al 50% del prodotto, ci strappiamo le vesti per le devastazioni provocate dal liberismo selvaggio. 

E’ particolarmente curioso che lo faccia proprio chi, negli anni scorsi, esortava a fare manovre in deficit in spregio alle regole fiscali europee, notoriamente «stupide». L’apparente sollievo offerto oggi ai conti pubblici dall’inflazione si trasformerà domani in maggiori oneri per le pensioni e per il servizio del debito. I margini di manovra della nostra finanza pubblica sono praticamente inesistenti oggi e lo saranno anche domani. Nuove iniezioni di liquidità (a cominciare da nuovi sussidi) a debito sono impraticabili (e sarebbero inefficaci). Se vogliamo fermarci prima del precipizio, dobbiamo tornare a chiamare le cose con il loro nome: usiamo deficit e non scostamento di bilancio, sussidi e non ristori. Per parafrasare un grande economista prestato alla cosa pubblica: usare le parole giuste, per deliberare. 

da L’Economia del Corriere della Sera, 24 ottobre 2022

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