Dazi, l’Ue chiede chiarezza

Dazi e protezionismo: perché le tariffe stanno danneggiando imprese e consumatori, negli Usa come in Europa

25 Febbraio 2026

ItalyPost

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

L’una e l’altra sono “piccole imprese”: rappresentano cioè proprio quel pezzo dell’economia Usa della quale il presidente Trump si atteggia a difensore. A entrambe si sono aggiunte altri “colleghi”.

Di là come di qua dell’Atlantico, quando si discute di dazi, di quote di importazione, di trattati che sbarrano l’accesso ai nostri mercati a beni realizzati secondo procedure bollate come poco salubri, si usa la parola “protezionismo”. Il protezionismo dovrebbe “proteggere” anzitutto le aziende di dimensioni piccole e medie, che non riuscirebbero a tenere il passo della concorrenza internazionale. Se è palese che un importatore non è molto contento dei dazi sul vino, che fra l’altro molte aziende hanno bilanciato accettando almeno per quest’anno di ridurre i propri margini, che a protestare sia un’impresa produttrice di giocattoli è meno scontato.

Nel mondo in cui oggi viviamo, e che è stato costruito non solo dall’Organizzazione mondiale del commercio e dal Nafta, ma soprattutto dai container, dalle telecomunicazioni e dalle iniziative degli imprenditori che si sono avvantaggiati dell’uno e delle altre, i prodotti “nazionali” sono rarissimi. Il presidente Trump, per sua stessa ammissione, guarda alla seconda metà dell’Ottocento, quando non c’era l’imposta sul reddito e il governo federale era in buona parte finanziato col dazi. Lasciando perdere il modesto dettaglio che la spesa pubblica, in percentuale del Pil, era meno di un quarto di quanto sia oggi, all’epoca le filiere di fornitura erano corte sostanzialmente per necessità. I trasporti erano lenti, le comunicazioni fra chi vendeva e chi comprava ancora di più, conservare in uno stato accettabile le merci scambiate non era sempre facile.

Oggi le cose stanno diversamente e chi fa giocattoli, o qualsiasi altra cosa se è per questo, ha accesso a un repertorio di controparti quanto più ampio. Il mestiere dell’imprenditore è quello di “combinare” cose, sostituendo un fornitore più efficiente a uno che lo era di meno, se necessario. Queste decisioni non sono scolpite nella pietra ma si rinnovano ogni giorno. Una delle loro conseguenze è la riduzione dei prezzi al consumo e quindi l’aumento del potere d’acquisto delle persone, con grandi vantaggi soprattutto per le meno abbienti.

La Tax Foundation americana stima un risparmio fiscale per gli americani nell’ordine dei 1.000 dollari a famiglia, dopo la decisione dei giudici costituzionali. Che siano 3.000 o 500, lo studio serve a ricordarci che i dazi sono tasse, ma totalmente pagate dai contribuenti dello Stato che li mette.

I dubbi di costituzionalità sull’iniziativa di Trump risalgono al fatto che ad avere il potere di varare nuove imposte è il Congresso e il presidente può esercitarlo solo se gli viene espressamente delegato. Per dichiarare il suo Liberation Day, Trump si era appellato a una norma degli anni Settanta, pensata per governare il potere del presidente di dichiarare emergenze internazionali. Secondo sei giudici su nove, l’interpretazione era azzardata.

Il presidente ora, per imporre un dazio secco del 15% e proteggersi dal colpo ricevuto dalla Corte, ha trovato un’altra norma cui riferirsi. Scegliere la via più consueta di una norma che deve passare dal Parlamento ne impiccherebbe la libertà di manovra, cui Trump tiene moltissimo, e non garantirebbe l’esito sperato. I parlamentari di solito obbediscono al capo del loro partito, ma sono sensibili anche alle istanze degli interessi organizzati, che cercano di difendersi da iniziative legislative per loro dannose.

La sconfitta dei dazi è, come è stato scritto da più parti, una vittoria della separazione dei poteri, che almeno in America non è solo un paravento per il capo dello Stato. È però una sconfitta solo temporanea. Trump ha investito troppo sul lessico del protezionismo per fare marcia indietro. E, nella misura in cui la politica è battaglia di parole, purtroppo ha vinto.

Nel suo Paese e non solo. Pensiamo anche al modo in cui questa stessa sentenza è stata ricevuta in Europa: come un punto segnato contro l’alleato-avversario. Del resto, sui pacchi acquistati su Internet e provenienti da Paesi extra-Ue il nostro Paese ha imitato Trump e lo stesso si appresta a fare la Commissione Ue. La quale ha, come è noto, varato un “dazio verde” contro i manufatti d’importazione e, come è meno noto, con il nuovo Cybersecurity Act acuisce la sua vocazione a dettare agli Stati membri la lista dei buoni e dei cattivi, allontanando questi ultimi da ogni appalto pubblico.

Il nocciolo del protezionismo, trumpiano e no, è che lo scambio internazionale sia un gioco in cui qualcuno vince e qualcuno invece perde. Ammesso che esistano motivi ragionevoli per non comprare chip o infrastrutture a banda larga da un certo Paese, i vantaggi possono essere politici, non economici. Limitando la libertà di scegliere i fornitori secondo criteri economici si peggiora l’efficienza del sistema e, alla lunga, si riduce il potere d’acquisto dei cittadini. Che questo non interessi più a nessun politico è una grande vittoria di Trump. A qualche impresa, magari piccola, invece interessa ancora.

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