C’è una lettura politica e una tecnica dell’accordo preliminare tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione sui regolamenti attuativi dell’intesa tariffaria siglata da Trump e Ursula von der Leyen.
Tecnicamente, quanto raggiunto è il passaggio necessario per rendere efficace l’accordo di Turnberry. In quel resort, von der Leyen e Trump l’estate scorsa delinearono le condizioni quadro per il nuovo sistema tariffario transatlantico. Perché quanto stabilito a livello diplomatico divenisse operativo, occorreva recepirlo a livello legislativo, che è appunto quel che è avvenuto ora con due distinti regolamenti. La vera notizia sarebbe dunque stata nel caso in cui un quadro regolatorio condiviso non si fosse raggiunto, non nel contrario. Molti ritengono che alla fine Parlamento e Consiglio abbiano trovato una quadra pressati dalle minacce di Trump di nuovi dazi sull’automotive, a dimostrazione di un atteggiamento prono dell’Europa verso gli USA. In politica e in economia i rapporti di forza certo contano, ma non bisogna sottovalutare che la tappa legislativa appena raggiunta risponde anche a un volere/dovere di rispettare gli impegni, come ha detto von der Leyen, in aperta dialettica con la volubilità della controparte americana.
Nel contenuto, il quadro regolatorio si compone di due parti, una sostanziale e una procedurale. Nella sostanza, riconosce a favore degli USA l’eliminazione dei dazi sui beni industriali, farmaci compresi, e l’accesso preferenziale a un’ampia gamma di prodotti agricoli e alimentari, mantenendo invece una percentuale del 15% su gran parte delle esportazioni europee. Il secondo ha un oggetto più circoscritto: proroga il regime a dazio zero sulle importazioni di aragosta statunitense. Oltre alla componente sostanziale, i regolamenti contengono una serie di elementi procedurali rilevanti. Una clausola di salvaguardia settoriale autorizza la Commissione a sospendere le concessioni su acciaio e alluminio se, entro il 31 dicembre 2026, gli Stati Uniti continueranno ad applicare dazi superiori al 15% sui prodotti derivati europei. Una clausola di sospensione più generale consente alla Commissione di sospendere l’accordo di Turnberry qualora verifichi che l’aumento delle importazioni statunitensi stia causando danni ai produttori europei, o qualora gli USA non diano attuazione ai propri impegni o adottino misure discriminatorie nei confronti delle esportazioni europee. Infine, una clausola di scadenza fissa al 31 dicembre 2029 il termine dei regolamenti, salvo espresso rinnovo.
Il contenuto dell’accordo consente di passare alla lettura politica. Nel sistema europeo, la funzione legislativa è condivisa da Parlamento e Consiglio, che hanno impiegato questi mesi per definire le regole necessarie a rendere efficace l’impegno diplomatico della scorsa estate. Non è un tempo trascurabile. Conferma che tra le istituzioni europee — e quindi a livello politico interno e non diplomatico — si è svolta una faticosa trattativa sotto due spinte differenti: una settoriale, che emerge in particolare nel trattamento del settore dell’acciaio e dell’alluminio, e una più generale, che riguarda il grado di disponibilità a mantenere un atteggiamento conciliante nei confronti del principale partner commerciale europeo. Chi critica l’accordo ritiene che l’Europa continui a essere un attore dimezzato, incapace di opporre una convincente e fruttuosa resistenza al protagonista della scena. Ma l’unica alternativa possibile era quella di imporre dei contro dazi, che non avrebbero fatto altro che imitare la politica tariffaria di Trump proprio mentre — e giustamente — la si criticava.
La realtà più profonda suggerisce forse una diversa interpretazione. È vero che le concessioni verso gli Usa sono, già a partire dall’accordo scozzese, ampie e significative. Ma tra le due sponde dell’Atlantico corre la più grande relazione di scambi commerciali e investimenti al mondo, con l’Europa come esportatore netto di beni. In numeri, si tratta del 30% del commercio globale di beni e servizi e del 43% del prodotto lordo mondiale. Gli scambi sono raddoppiati nell’ultimo decennio e persino la politica tariffaria di Trump li ha intaccati meno di quanto si temesse.
I regolamenti vanno letti non tanto nella parte sostanziale quanto in quella procedurale. Le clausole di salvaguardia sono uno scudo all’incertezza: quella che deriva dai cambi di idea di Trump ma anche quella che riguarda che fine faranno i dazi, sulla cui illegittimità la Corte suprema si è già espressa. L’aver inserito una scadenza tradisce invece la speranza che le politiche doganali passano mentre i commerci restano. Alla fine del 2029, Trump avrà concluso la sua presidenza e forse si volterà di nuovo pagina nelle relazioni diplomatiche tra i due sistemi. L’esito dell’accordo, più che genuflessione, potrebbe allora mostrare un prudente attendismo, nella fiducia a breve termine verso il sistema istituzionale americano, dove la legittimità dei dazi è sub iudice, e a lungo termine verso i mercati, la cui vitalità è più lunga di quella dei mandati presidenziali.