Dalle gilde medievali all’Italia ostaggio delle corporazioni

Una storica dell’economia smonta la retorica sull’efficienza e il buon operato delle gilde commerciali. Chiacchierata con Sheilagh Ogilvie

9 Ottobre 2026

Il Foglio

Carlo Stagnaro

Direttore Ricerche e Studi, Istituto Bruno Leoni

Argomenti / Economia e Mercato

L’Italia è ostaggio delle corporazioni: è una delle cause della nostra paralisi economica. Ma come nascono le corporazioni? Da cosa traggono il loro potere? Perché sopravvivono nel tempo? Per rispondere bisogna ricostruire una storia che inizia nel Medioevo. Lo ha fatto Sheilagh Ogilvie, storica economica di Oxford, nei giorni scorsi a Milano per presentare l’edizione italiana del suo libro “Istituzioni e commercio in Europa” (IBL Libri). Originariamente pubblicato nel 2011, il volume ricostruisce la funzione e le conseguenze delle corporazioni di mercanti, analizzando informazioni e bilanci in un periodo che va dall’anno Mille al Diciannovesimo secolo. Uno degli aspetti che colpiscono di più è la longevità delle gilde commerciali: gran parte degli storici dell’economia, in effetti, vi ha visto la prova del fatto che esse svolgevano funzioni socialmente utili, legate, per esempio, alla sicurezza dei commerci, all’efficace applicazione dei contratti e alla trasmissione della conoscenza. In breve: le gilde sono emerse e rimaste attive per così tanto tempo perché erano uno strumento efficiente – o, quantomeno, più efficiente delle alternative -per risolvere problemi concreti e facilitare la produzione di beni pubblici. In questa conversazione con il Foglio, Ogilvie spiega perché tutto quello che crediamo di sapere è sbagliato. E la sua lezione è molto rilevante anche per chi, oggi, governa un mondo completamente diverso, ma ancora caratterizzato dalle stesse dinamiche sociali e politiche.

«C’erano due tipi di gilde commerciali – spiega Ogilvie – Le une erano formate dai mercanti di una certa città che ottenevano privilegi dal governo locale. Le altre erano gilde o anse di mercanti stranieri che ricevevano privilegi dai sovrani del posto». In comune avevano uno statuto privilegiato: la concessione, da parte del potere politico, di speciali forme di protezione riservate ai membri, tra cui «il monopolio sul commercio di alcuni beni, su alcune vie di collegamento o su alcune destinazioni». Ma il cuore del privilegio era la facoltà di “restringere l’accesso” attraverso il rilascio dell’autorizzazione a esercitare legalmente il commercio. Un potere utilizzato senza remore per escludere i concorrenti e, in particolare, «donne, ebrei, stranieri, artigiani, contadini e in generale i poveri che non potevano permettersi di pagare la quota di iscrizione». Non tutto quello che le gilde facevano era dannoso, logicamente: ma la loro principale occupazione consisteva nel porre barriere alla crescita. Il risultato era che «i consumatori pagavano prezzi più alti, i fornitori erano costretti a rispettarne le condizioni, i concorrenti di gilde più deboli dovevano pagare più tasse e in cambio ricevevano privilegi inferiori, e l’economia nel suo complesso subiva un impatto negativo a causa della riduzione dei traffici».

Il paradosso è che già all’epoca esistevano istituzioni alternative attraverso cui i mercanti avrebbero potuto ottenere i servizi erogati dalle gilde (e che non di rado utilizzavano, ritenendole più efficaci). «Le gilde erano presenti ovunque – prosegue Ogilvie – Ma c’erano differenze nel contesto istituzionale in senso più ampio: in alcune città i governi garantivano a tutti i mercanti la protezione, l’accesso ai tribunali e la tutela dei contratti; in altri luoghi solo ai membri delle gilde». La studiosa fa l’esempio delle fiere di Champagne: «Nel Dodicesimo secolo i conti di Champagne proteggevano tutti i mercanti e le fiere prosperavano; dopo l’annessione alla Corona francese nel 1285, Filippo IV attaccò i mercanti fiamminghi e italiani, la sicurezza venne meno e nel giro di quindici anni le fiere persero vitalità».

La chiave per comprenderne il successo e la persistenza non è l’efficienza, ma quello che oggi chiameremmo capitalismo di relazione. Il privilegio delle gilde e l’esercizio del potere politico si puntellavano a vicenda: «Due gruppi sociali ne beneficiavano in particolare: i membri delle gilde ottenevano rendite di monopolio; i sovrani ricevevano pagamenti, prestiti, supporto nelle campagne militari e negli scontri coi rivali politici e aiuto nell’esazione delle imposte». All’epoca, molti stati avevano una capacità di riscossione limitata: pertanto, appariva logico ai sovrani esternalizzare tale funzione a organizzazioni private, lasciandole, in cambio, libere di accumulare “extraprofitti”. Dove i governi disponevano di canali alternativi per finanziarsi, l’alleanza con le corporazioni si indeboliva e, con essa, venivano meno le barriere alla concorrenza.

Come risponde Ogilvie alle tesi di altri studiosi che, invece, hanno offerto interpretazioni più positive del ruolo delle gilde? Per esempio, in un recente libro, Avner Greif, Joel Mokyr e Guido Tabellini sostengono che l’appartenenza a una pluralità di “corporazioni” è uno dei fattori determinanti per comprendere il successo economico dell’Europa Foglio, 30 gennaio 2026). Nella loro interpretazione, chiarisce la storica oxoniense, il termine “corporazione” assume un significato molto ampio, che, oltre alle gilde, include altre aggregazioni come le chiese, le università e le città stesse. «Le gilde – spiega – non erano un’esclusiva europea: c’erano nel Vicino Oriente, in India e in Cina. Inoltre, anche in Europa esse attribuivano spesso grande importanza ai legami di parentela, tra l’altro concedendo ai figli e ai generi dei maestri un accesso preferenziale». Ma c’è un aspetto ancora più importante: «Esse creavano fiducia tra i membri escludendo tutti gli altri; l’appartenenza alle gilde sostituiva la comune discendenza, alla base dei ’clan’ cinesi, ma era comunque funzionale all’esclusione di terzi». Infatti, «le economie dove le gilde avevano maggior peso, come l’Italia, la Spagna e l’Europa germanofona restarono indietro a partire dal 1500. Le economie più dinamiche, cioè i Paesi Bassi e l’Inghilterra, videro un precoce declino dell’influenza politica ed economica delle gilde». Cosa fu, allora, a determinarne, a un certo punto, il ripiegamento? Per Ogilvie, la spiegazione va cercata in una combinazione di fattori istituzionali: «I parlamenti posero dei limiti alla discrezionalità dei sovrani, i sistemi legali divennero più indipendenti, fu possibile tassare basi imponibili più ampie, i mercati finanziari consentirono agli stati di finanziare le loro spese senza dover cedere privilegi, le città si trovarono sempre più in competizione le une con le altre e infine l’avvento di una nuova generazione di mercanti e industriali spinse i sistemi politici ad aprire le porte a una più ampia libertà di scambio».

Questo ci porta a mettere le tesi di Ogilvie a confronto con quelle di Deirdre McCloskey, secondo cui la Rivoluzione Industriale fu proprio il frutto della crescente legittimazione sociale della borghesia (Il Foglio, 17 gennaio 2024). Ogilvie introduce un’importante precisazione rispetto a McCloskey. Non fu semplicemente l’accresciuto status della borghesia a essere determinante, poiché quegli stessi mercanti e artigiani costituivano le corporazioni e ne beneficiavano. Ciò che contava era l’emergere di una borghesia di tipo diverso: sempre più svincolata dalle strutture corporative e disposta – o costretta a operare in un ordine economico più aperto e competitivo. «Le società basate sulle gilde – spiega – rispettavano il commercio, ma solo come privilegio degli insider. Le gilde punivano i membri che aggiravano le regole, soffocando lo spirito imprenditoriale». Solo quando si indebolirono, «si creò uno spazio per la sperimentazione, l’innovazione e la creazione di scambi impersonali e di apparati statuali imparziali: si posero le basi per trattare il commercio come un’attività rispettabile e aperta a tutti». Insomma, le gilde segnarono il passo non perché emersero alternative – che c’erano già – ma per effetto di un cambiamento politico: «La coalizione che ne sosteneva il potere e i privilegi venne meno ed è questa la ragione per cui i Paesi Bassi e l’Inghilterra cominciarono a crescere: non è vero che lo sviluppo di strumenti più efficienti causò la fine delle gilde; è vero il contrario, cioè che la fine delle gilde consentì a soluzioni più efficienti di affermarsi, a nuovi mercati di aprirsi e in ultima analisi agli individui più creativi e dinamici di promuovere l’innovazione e la crescita».

Siamo alla fine della nostra conversazione. Dopo aver tanto parlato dei secoli passati, non possiamo non chiedere a Ogilvie di fare un piccolo sforzo di attualizzazione dei suoi studi. Se dovesse dare un consiglio a Giorgia Meloni, cosa le suggerirebbe? Dice l’autrice di “Istituzioni e commercio in Europa”: «Beh, la politica industriale è tornata di moda nonostante negli anni Settanta non abbia funzionato granché. Quando un leader politico viene tirato per la giacchetta da un gruppo di pressione che lamenta un fallimento del mercato e chiede protezione o privilegi, dovrebbe tenere in mente tre lezioni». La prima: «Guardare a tutte le attività del gruppo in questione, non solo ai benefici di cui si vanta. Servizi potenzialmente utili e privilegi sono legati inestricabilmente e difficilmente possono essere distinti.» Secondo: «Qualunque domanda di protezione è, in realtà, la proposta di un accordo tra lo stato e il gruppo protetto. Il costo ricade sugli outsider, che di solito non sono presenti al tavolo». Terzo: «Restringere l’accesso crea un’economia informale nella quale e difficile applicare i contratti, i rischi sono elevati e gli investimenti bassi. Mai ignorare ciò che accade sotto la superficie». Per quanto il mondo sia complesso, «la combinazione tra mercati aperti, amministrazioni imparziali e una società civile vivace è quella che ci ha portato dove siamo: non focalizzatevi su un singolo aspetto, ma guardate alle interdipendenze dell’intero ecosistema istituzionale. Qualunque strategia politica che ignori chi guadagna e chi perde dalle specifiche proposte di intervento, come dimostro nel libro, è pericolosa».

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