La crisi delle élite è un problema di tutti

Mentre nuove teorie puntano a livellare le eccellenze, aumenta lo scollamento tra l'"aristocrazia" dei decisori e il popolo

13 Novembre 2023

La Provincia

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

La recente diatriba sull’ipotesi di eliminare i voti a scuola ha riacceso i riflettori sul tema delle élite, perché è legittimo chiedersi quale classe dirigente potremo avere se riteniamo che un brutto voto non sia uno stimolo a fare meglio, ma invece un fattore di stress. Già ora, comunque, la situazione appare assai compromessa. 

Ogni società ha le proprie élite poiché c’è la necessità che alcuni soggetti abbiano più conoscenza, oppure più risorse, oppure più capacità di persuasione, e sappiano usare al meglio la loro condizione. Anche se un certo egualitarismo radicale domina tuttora il dibattito pubblico, la diversità è un tratto comune di ogni consorzio umano ed è stato più volte preso in esame da quanti hanno ragionato sull’ordine sociale. 

In particolare, nella tradizione sociologica esistono due filoni di pensiero, definiti “funzionalismo” e “conflittualismo”. Il primo, spesso ricondotto a Emile Durkheim, vede in ogni settore della società (e quindi anche nelle élite) una componente di cui gli altri hanno bisogno; il secondo, che fu interpretato da una serie di studiosi liberali e poi pure da Karl Marx, ritiene invece che ogni gruppo sia spinto a fare il possibile per prevalere sugli altri. In questo senso, i notai oppure i farmacisti svolgono un’attività da cui ognuno di noi trae beneficio, ma al tempo stesso essi possono usare la loro posizione per conseguire vantaggi illegittimi. 

In linea di massima c’è qualcosa di vero in entrambe le prospettive, quella funzionalista e quella conflittualista, ma un tratto caratterizzante il nostro tempo è il crescente scollamento tra le classi dirigenti e la società: uno sganciamento che sembra rendere la tesi conflittualista assai più adeguata a farci comprendere la realtà. 

Vale la pena di ripeterlo: le “aristocrazie” sono indispensabili. Nella medicina, nell’arte, nella scienza e nell’economia le eccellenze rappresentano l’elemento propulsore di ogni società, e senza ottimi chirurghi, ad esempio, tutti noi saremmo in una condizione ben peggiore. Di conseguenza, permettere a chi dispone di più talenti di sfruttarli può arrecare vantaggi agli altri. Oggi, però, le élites spesso non sono percepite come utili al benessere di tutti; al contrario si ritiene, e non sempre a torto, che in Occidente vi siano classi dirigenti per lo più in guerra con la società: per ragioni ideologiche e/o per opportunismo. 

Quanti appartengono alla classe dirigente non soltanto possono abusare della loro posizione, ricavandone ritorni di vario tipo, ma per giunta hanno la possibilità di creare centri decisionali quasi inaccessibili al vaglio del cittadino comune. Solo per citare un recente episodio, la vicenda dei 35 miliardi di euro spesi fuori da ogni controllo e da ogni logica dalla presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, esemplifica perfettamente la situazione. 

L’acquisto di vaccini tanto costosi avrebbe dovuto seguire procedure diverse, che permettessero all’opinione pubblica europea di valutare e giudicare. Non è un caso, a ogni modo, che questo scandalo abbia visto protagonista l’Unione europea, dato che la storia del dominio moderno vede prima emergere poteri nazionali che svuotano l’autogoverno delle comunità locali e, in seguito, anche istituzioni continentali e globali sempre più remote e sottratte a ogni forma di accountability. 

Oltre a questo, però, c’è tanto altro. Un po’ ovunque nei Paesi occidentali esiste un’ideologia elitaria che poco ha a che fare con i valori e la sensibilità del testo della popolazione. Ad esempio, è ragionevole attendersi che la maggior parte dei cittadini non sia disposta a dirigersi verso un futuro senza casa e senza automobile in ossequio alle convenzioni dei fanatici dell’apocalisse climatica. La transizione verde prevede, infatti, che dal 2035 si potranno acquistare soltanto autovetture elettriche; per giunta, la direttiva “casa green” sta per obbligare oltre il 60% dei proprietari italiani di case a spendere molte decine di migliaia di euro per aumentare l’isolamento della propria abitazione. 
Tutti in Europa sanno che con ogni probabilità queste norme sarebbero spazzate via se si organizzassero consultazioni popolari, ma le élite economiche, politiche e culturali appaiono piuttosto concordi (perché unite da interessi e ideologia) nell’impedirlo. 

E che dire della “gender theory”? La maggior parte degli occidentali è consapevole che esistono persone affette da “gender dysphoria” (legata a un’incertezza sulla propria identità sessuale), ma non per questo è disposta a cancellare la biologia come scienza, e con essa la distinzione tra il maschile e il femminile. Il nuovo conformismo “woke” delle classi dirigenti, invece, pare muoversi esattamente in quella direzione.
 
Il relativismo radicale delle élite, che alla fine vogliono negare ogni confine tra il bene e il male (e soprattutto negare che bene e male esistano!), non è ancora del tutto accolto dai ceti inferiori. Come in “1984” di George Orwell, i “prolet” mantengono un qualche aggancio con la realtà: ciò che non è vero per i membri del “partito interno” e di quello “esterno”, per usare i termini usati dal romanziere inglese. Ed è per questo motivo che le aristocrazie disprezzano l’uomo della strada e la casalinga di Voghera, che a loro volta percepiscono il ceto dirigente sempre più distante e nemico. Questa discordia avvelena la vita sociale. Come si possa uscire da tutto questo, però, non è affatto chiaro.

da La Provincia, 12 novembre 2023

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