16 Febbraio 2026
L'Economia – Corriere della Sera
Alberto Mingardi
Direttore Generale
Argomenti / Teoria e scienze sociali
Il nome di Ed Crane, venuto a mancare la settimana scorsa, dirà poco ai più. Ma la sua è stata una storia importante. Sulla Massachusetts Avenue, a Washington, a un isolato di distanza dalla Carnegie Library in Mount Vernon Square, che era una biblioteca e adesso è un Apple Store, c’è un palazzo di vetro. Lì ha sede il Cato Institute. Si tratta di un think tank, un’organizzazione che prova da una parte a coltivare alcune idee nel mondo degli studi, dall’altra ad aiutarne la migrazione verso quello dei fatti politici. Crane, che veniva dalla finanza, ne è stato il fondatore, assieme al magnate Charles Koch e all’economista Murray N. Rothbard (che quest’anno avrebbe compiuto cent’anni), col quale pure qualcosa si ruppe subito.
L’istituto nacque sulla costa Ovest, a San Francisco, in un contesto anomalo: economisti, studiosi di storia delle idee, qualche fricchettone. Da principio fiancheggiava il Libertarian Party, uno degli sfortunati «terzi partiti» d’America, per cui nel 1980 il fratello di Charles, David, si candidò alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Stavano cominciando gli anni di Reagan e, per quanto le truppe libertarie fossero sguarnite, sembrava che l’idea del governo limitato, dello Stato minimo, avesse un futuro. Il Cato Institute si è poi spostato a Washington ed è diventato, grazie alla capacità organizzativa di Crane, un attore significativo del dibattito pubblico della capitale, che è pure una delle capitali intellettuali del mondo. Crane ingaggiò come presidente Bill Niskanen, l’ex chief economist della Ford (che lasciò in polemica con i dazi che l’industria dell’automobile chiedeva a gran voce) e poi membro del Council of Economic Advisers del presidente Ronald Reagan.
Sotto la guida di Crane, il Cato Institute ha messo in circolazione molte proposte e piazzato pochi uomini nelle istituzioni. Per una ragione precisa. Come chiunque si trovi a navigare fra accademia e politica, Crane sapeva che i compromessi sono inevitabili. Ma sui principi non ne faceva. Il Cato Institute ha sempre criticato l’interventismo in politica internazionale, anche se al governo c’erano i repubblicani. E quando Bush, nella crisi finanziaria, decise di aprire i cordoni della borsa consentendo al Tesoro di acquistare titoli tossici per stabilizzare il sistema finanziario, fu il Cato a riunire un centinaio di economisti e studiosi di orientamento liberale per dire no a quelle misure e ai salvataggi pubblici. Un no a posteriori meno strampalato che in quei giorni di paura. Posizioni come queste non erano popolari, costarono a Crane il sostegno di alcuni finanziatori e dal suo istituto sono usciti meno sottosegretari ed esperti governativi di quanti ne provenissero dai concorrenti. La coerenza è una virtù scomoda per gli individui, ma da essa dipende la credibilità delle idee.
Oggi il Cato Institute ha un budget che sfiora i 70 milioni di dollari e resta la casa dei signornò d’America.