Il diario del grande economista scritto durante il Primo conflitto mondiale smaschera tutte le propagande
Anno del signore 1918, l’Europa è in fiamme, la guerra sta finendo di dilaniare il vecchio mondo. Vilfredo Pareto (1848 – 1923) però si trova nella tranquillità neutrale della Svizzera, nella sua villa di Céligny, sul lago di Ginevra. È circondato da una miriade di animali, è ormai uno studioso dalla fama consolidata sia nell’ambito dell’economia che in quello della sociologia, ha per di più ereditato un consistente patrimonio, seppur in via di assottigliamento.
Ma a Villa Angora Pareto non si limita a coccolare la ventina di gatti e gli altri animali del suo giardino zoologico in miniatura. Legge avidamente i giornali che gli arrivano, seppur in ritardo dalla Francia e dall’Italia, e anche le corrispondenze dei suoi molti amici, seppur con le cancellature della censura. Compulsa le notizie per vedere come e quanto vengano alterate e distorte a fini bellici. Usa, o almeno è sua intenzione farlo, la guerra come un laboratorio in cui mettere alla prova le sue teorie sul controllo e sui meccanismi sociali. Il risultato è un diario che verrà pubblicato soltanto postumo e che ora potete leggere nella rinnovata edizione proposta da Settecolori: Guerra e propaganda (pagg. 198, euro 18, con una dotta postfazione di Alberto Mingardi).
Ma cosa va cercando Pareto nel cruento laboratorio della guerra, nei giornali che trasformano le bordate che partono dalle trincee in bombe di carta per controllare l’opinione pubblica? Cerca la conferma dell’idea che è alla base del suo celeberrimo Trattato di sociologia: ovvero che noi esseri umani c’inganniamo sulla nostra razionalità e che i nostri codici morali non sono altro che foglie di fico per le nostre vere motivazioni egoistiche. Motivazioni che fin che restano nell’ambito naturale dell’economia trovano un loro bilanciamento e che, invece, nella guerra si trasformano in un sovvertimento del sistema liberale.
Ovviamente a conflitto in corso le conferme al pessimismo paretiano sono molteplici, si trovano in notizie grandi e piccole. Il 30 aprile 1918, ad esempio, La Stampa di qualche giorno prima gli fa sapere che in Italia il consiglio comunale di Mirandola è stato sciolto perché due consiglieri comunali avevano affermato «che i tedeschi non sono dei barbari come artatamente vengono descritti». Pareto con grande ironia chiosa che «prima della guerra chiunque non ammirasse la civiltà germanica, la scienza germanica, l’organizzazione germanica era collocato a buon diritto nel novero dei barbari, o quantomeno degli imbecilli». Bastano questi passaggi a dare bene l’idea dello spirito di Pareto che come spiega Mingardi cercava di «procedere dal fatto all’idea e dall’idea di nuovo al fatto, in un circuito continuo di osservazioni, ipotesi e controllo empirico».
E il suo metodo, per quanto il suo fosse uno scientismo imperfetto e venato profondamente dal suo spirito ardentemente libero, centra con grande anticipo molti dei temi che erano sfuggiti all’osservazione dei politici di mezza Europa. Sin da subito l’eremita di Céligny aveva intuito che la neutralità italiana mascherava l’intenzione di regolare i conti adriatici con l’Austria. Mentre i generali di mezza Europa pensavano ancora di risolvere la faccenda con un conflitto lampo aveva intuito che gli Stati moderni «hanno immense riserve economiche» e che la guerra si sarebbe trascinata per anni. L’allargamento del suffragio per lui aveva portato ad una «plutocrazia demagogica» dove il lessico della democrazia serviva quasi solo a mobilitare il popolo su basi irrazionali.
Nel diario (dal titolo originale di Mon Journal) il sarcasmo di Pareto è rivolto soprattutto alla devastazione subita dalla libertà di stampa e di esprimere il proprio pensiero. Quanto avesse ragione lo spiega benissimo Mingardi nella postfazione. Nella Prima guerra mondiale, la magistratura calza l’elmetto: «Le persone giudicate dai tribunali penali ordinari nel 1915 furono 86.208 di cui 54% per cento condannate; nel 1916 58.436 di cui 67% condannate, nel 1917 furono 57.141, di cui il 70% condannate, nel 1918 (compresi gli ultimi due mesi dopo la fine della guerra) 53.317, di cui il 68% condannate)». E qui di nuovo Pareto racconta l’incredibile caso di un professore del liceo D’Azeglio di Torino denunciato dai suoi studenti per aver scritto degli articoli non abbastanza patriottici. Scriverà a Pantaleoni, suo amico e mentore: «Oggi si è rinnovata l’Inquisizione, e l’accusa di disfattismo ha sostituito l’accusa di eresia. Può darsi che ciò sia utile, come può darsi che, in certi casi, sia stata utile l’Inquisizione; ma anche un Galileo può essere stato un pochino utile».
Data la situazione attuale di guerra mondiale a pezzi, per usare le parole dello scorso pontefice, non c’è bisogno di spiegare quanto i ragionamenti di Pareto siano tornati di attualità.