La campagna del referendum costituzionale è passata dal piano inclinato alla caduta libera.
Da slogan e messaggi di cattivo gusto si è passati alle parole di Gratteri e Nordio. La campagna del referendum costituzionale è passata dal piano inclinato alla caduta libera. Da slogan e messaggi di cattivo gusto si è passati alle parole di Gratteri e Nordio, inopportune non solo e non tanto per quel che esprimono ma soprattutto per chi le ha pronunciate : magistrato l’uno, Guardasigilli l’altro. È solo l’ultimo atto di una conflittualità tra giustizia e politica che nel nostro paese, come è noto, ha radici profonde e dinamiche bizzarre.
Certo non si può pretendere che in campagna elettorale si parli solo del contenuto e degli effetti della riforma sul piano tecnico. È nella natura delle consultazioni elettorali esprimere un voto che, in ogni caso, ha un che di politico. Venti anni fa, francesi e olandesi bocciarono la Costituzione per l’Europa. A motivarli non fu la contrarierà al progetto europeo, ma ai governi nazionali che l’avevano approvato. Ciò che spinge le persone a scegliere viene da impulsi e condizionamenti politici. Le simpatie per questo o quel partito, questo o quel governo non sono variabili irrazionali, ma sono ciò che orienta l’elettore a farsi un’idea di come votare.
Eppure, questa campagna referendaria mostra un grado crescente di tossicità al punto che un magistrato accusa chi vota Sì di essere quantomeno disonesto, e gli uffici di via Arenula chiedono di rendere noti i finanziamenti al Comitato per il No. Come si è arrivati fin qui? È “solo” perché la riforma tocca il conflitto tra giustizia e politica, per come si trascina da trenta anni, o c’è dell’altro?
La presidente Meloni finora non ci ha messo la faccia, portando il governo e la maggioranza a stare alla larga dalla campagna referendaria. Si è trattato di una scelta tattica : dal momento che in questo genere di consultazioni perdere è più facile che vincere, meglio affrontare una mezza sconfitta da lontano che sbandierare una vittoria in primo piano.
Tuttavia, tra l’indizione del referendum e oggi sono successe tre cose. Prima di tutto, aver lasciato campo libero ai sostenitori del No non ha evitato toni incattiviti, anzi. Di conseguenza, questo mese di campagna elettorale non è servito a spiegare la riforma e le conseguenze del voto, ma solo a parlare a ruota libera di fascismo, corruzione, mafia e via esasperando. Abbiamo visto video di autorevoli punti di riferimento del panorama culturale italiano spiegare le ragioni del No senza conoscere il testo della riforma e abbiamo ascoltato esponenti di governo spiegare le ragioni del Sì attraverso fatti di cronaca nera, che nulla hanno a che fare con la riforma. Ma è verosimile che molti di noi non abbiano ancora capito come cambia la scelta dei componenti dei Csm. In secondo luogo, le previsioni di voto, per quel che valgono, sembrano dire che non metterci la faccia non è meno rischioso che mettercela.
Infine, l’effetto Vannacci. L’uscita del generale dalla Lega è la crepa politicamente più seria tra quelle che finora si sono aperte nella maggioranza. Non è una questione di quanti elettori si porti via il generale, ma di quale riassestamento impone la sua offerta politica a destra della destra. Dopo Vannacci, l’esito delle urne condizionerà ancora di più la tenuta del governo. È possibile quindi che i toni accesi di questi giorni dipendano da un cambio di strategia in corsa voluto dalla stessa Presidente Meloni, esattamente come i toni del fronte del No dipendono dalla consapevolezza che il voto sulla riforma condizionerà la formula dell’opposizione.
Ma il referendum diventa così solo uno strumento di partito, rispetto al quale l’elettore è una pedina del gioco. Ci sono state occasioni in cui, attraverso questo tipo di consultazioni, gli italiani sono riusciti a sparigliare le carte. Non solo il divorzio e la formula elettorale. In Meglio poter scegliere , Alberto Mingardi racconta di come fu clamoroso il responso del 1995 sulla tv commerciale. Oggi, esiti così dirompenti sembrano impossibili. Il circolo vizioso dell’astensionismo e della cattiva gestione della comunicazione politica toglie terreno alle più genuine dinamiche democratiche e libera quindi ulteriore spazio all’irresponsabilità politica.
Può sembrare retorica ma, per tale via, della democrazia non resta che qualche cascame