26 Gennaio 2026
La Provincia
Carlo Lottieri
Direttore del dipartimento di Teoria politica
Argomenti / Teoria e scienze sociali
Da tempo nella riflessione economica e geopolitica occupano uno spazio crescente alcuni elementi chimici che hanno possibilità magnetiche e conduttive uniche: lo scandio (Sc) e l’ittrio (Y), oltre a 15 lantanoidi. Sono le cosiddette “terre rare”. A dispetto del nome, si tratta di elementi relativamente abbondanti in natura, ma dispersi e difficili da separare, i cui principali giacimenti si trovano in Cina, ma anche in Brasile, Australia, Russia e Stati Uniti.
La loro importanza è legata al fatto che sono indispensabili in una serie di attività: dalla produzione di apparecchi elettronici, auto elettriche e turbine eoliche. Lo sviluppo di tali settori ha comportato una domanda sempre più importante delle terre rare, che ha prodotto l’aumento del loro prezzo. Le quotazioni sono sempre più alte e per giunta instabili.
Intorno a questi materiali è in atto un duro conflitto che vede protagonisti gli Stati Uniti e la Cina, che s’è mossa con efficacia in vari contesti. Quello che taluni paventano è che se uno o due centri di potere dovessero impadronirsi della maggior parte di queste terre, il resto del mondo si troverebbe più povero e anche meno libero, dovendo per forza di cosa dipendere da chi in questi anni ha messo le mani sui principali giacimenti.
Il precedente del petrolio
A ben guardare non c’è nulla di nuovo sotto il sole, dato che già nei decenni passati lo sviluppo dell’economia globale aveva portato a una maggiore domanda di idrocarburi: con il risultato che i paesi petroliferi (nel mondo arabo e non solo) hanno acquisito un’importanza crescente in economia e anche un inedito peso politico. Negli anni Settanta l’Opec sembrava dettare legge, in ragione del fatto che tutti avevano bisogno di gas e petrolio.
Se l’economia globale fosse fondamentalmente retta da logiche di mercato la situazione sarebbe del tutto diversa. Lo sviluppo delle nuove tecnologie avrebbe certo arricchito chi dispone di quei minerali, ma la concorrenza tra proprietari avrebbe contribuito con ogni probabilità a evitare taluni esiti. Ognuno avrebbe cercato di ottenere il massimo vantaggio (economico), ma questo non si sarebbe tradotto in una nuova forma di dominio (politico). Purtroppo, però, la realtà è di ben altro tipo e per rendersene conto è sufficiente considerare quanto sta avvenendo a proposito della Groenlandia.
Semi-colonia
L’interesse di Donald Trump su questa semi-colonia europea (danese) è dettato da ragioni strategiche e militari, ma molti evidenziano come quell’immensa distesa attragga proprio per la presenza di terre rare. Ed è interessante rilevare che per provare a uscire dell’impasse politica, che tra l’altro moltiplica gli attriti tra Usa ed Europa, qualche esponente dell’amministrazione Usa abbia pure immaginato che Washington “compri” quanto le serve, com’era avvenuto in passato con la Louisiana o l’Alaska.
Di chi sono però oggi i territori immensi di questa isola ghiacciata che in parte si estende fin dentro lo stesso polo Nord? Una recente decisione delle istituzioni groenlandesi ha attribuito l’intero territorio della Groenlandia alla popolazione: un altro modo per dire, a ben guardare, che le decisioni saranno assunte dal ceto politico.
In altri termini, non esistono proprietari privati di questa o quella landa. Ne discende che l’unico interlocutore è il governo del territorio autonomo, che poggia su un parlamentino eletto da 28 mila votanti. Il caso specifico della Groenlandia non è affatto isolato, perché un po’ ovunque abbiamo classi politiche che hanno “demanializzato” tutto.
Il risultato è che non vi sono centinaia di migliaia di proprietari che si vedono domandare i diritti di sfruttamento, né migliaia di imprese impegnate nell’estrazione e nella raffinazione di tali elementi. L’intero gioco, a ben guardare, è nelle mani di un piccolissimo gruppo di statisti.
Non si tratta solo e in primo luogo di un problema quantitativo, perché quella che viene ad essere alterata è la logica di fondo, dal momento che s’assiste al declino delle dinamiche economiche e al trionfo di quelle politiche.
La controversia sulle terre rare, allora, serve soprattutto a illustrare un dato storico ben preciso. In effetti essa ci mostra quanto l’epoca contemporanea sia dominata da logiche neomercantilistiche (con “mercantilismo” ci si riferisce alla politica economica di Jean-Baptiste Colbert, che fu ministro di Luigi XIV), caratterizzate da un costante intreccio tra politica e affari, dove sono le ragioni del potere a prevalere su ogni altra considerazione e interesse.
Va anche sottolineato che in larga misura lo stesso peso crescente delle terre rare entro l’economia attuale è stato dettato dalla politica: basti pensare alla cosiddetta “transizione verde”. Se le politiche globali, nazionali e locali non avessero promosso in tutti i modi possibili l’adozione di vetture elettriche la domanda delle terre rare non sarebbe tanto aumentata.
Va infine ricordata una cruciale questione geopolitica: la maggior parte dei giacimenti attuali sono in Cina. È possibile che ulteriori ricerche portino alla luce nuove aree ricche di tali elementi, ma questa è la realtà di oggi. Senza dimenticare che l’estrazione e la raffinazione di tali materiali comporta serie questioni ambientali, che rendono assai più semplici ed economici tali attività dove il regime è autoritario.
Il primato cinese in questo ambito ci dice quanto la diatriba sulle terre rare vada letta come un capitolo, e uno dei più importanti, del conflitto tra Usa e Cina per l’egemonia globale, con ogni altro soggetto ai margini e sullo sfondo. Ancora una volta, molta politica e ben poca economia.