Concorrenza, porte (ancora) chiuse

In Italia lo Stato è il maggiore investitore, ma la competizione richiede che le aziende non possano beneficiare di sussidi

1 Novembre 2021

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Politiche pubbliche

Lo slittamento continuo della legge annuale rischia di cambiarne i contenuti. Si mettono nel mirino bersagli più grossi oscurando gli obiettivi concreti. Restano questioni urgenti da risolvere come l’efficienza dei servizi pubblici locali, le concessioni, la liberalizzazione dell’energia. Eppure la soluzione c’è: fare più gare

Il governo si era dato da solo la scadenza per la Legge sulla concorrenza: il Piano nazionale di ripresa e resilienza la annunciava entro luglio. Poi è stata rimandata a settembre, quindi a ottobre e adesso sembra che si vada alla prossima settimana, a novembre. Gli intoppi erano, purtroppo, prevedibili. L’obbligo di una legge annuale sulla concorrenza è nell’ordinamento italiano dal 2009. L’unico tentativo di portarne una a compimento si deve all’esecutivo guidato da Matteo Renzi e ai ministri Guidi e Calenda.

Lo spirito di una legge annuale è quello di basarsi sulle segnalazioni dell’Antitrust per limare le eventuali storture concorrenziali introdotte nella attività legislativa per così dire ordinaria dei dodici mesi precedenti. Ovviamente se la legge da annuale diventa settennale cambiano pure i contenuti: anziché limitarsi all’attività di fino si è portati a mettere nel mirino bersagli più grossi, a tentare riforme di più ampio respiro, che forse andrebbero lasciate invece a norme ad hoc e organicamente pensate.

Anche il governo Draghi ha questo problema. Il presidente del Consiglio ha parlato della concorrenza sin dal discorso della fiducia, in Senato, mettendola fra i «problemi aperti da decenni» ai quali debbono rispondere le «riforme» impostate in nome di Next Generation Eu. Nella stessa occasione, ha annunciato di aver chiesto all’Antitrust le sue raccomandazioni, come da prassi. Quindi questa legge è due cose in una: da una parte, un tentativo di prendere sul serio l’idea di un provvedimento da confezionare una volta ogni 12 mesi. Infatti, il Pnrr annuncia l’intenzione di rispettare la scadenza annuale del provvedimento, con un primo ddl già nel 2021, e poi uno nel 2022, nel 2023, eccetera. Dall’altra, su di essa si caricano aspettative notevoli, se bisogna affrontare questioni che da tempo la politica italiana si limita a sfiorare. Il tutto in un contesto complicato dall’incalzare della Legge di Bilancio, magna pars di qualsiasi azione di governo, e da una situazione politica meno statica e «pacificata» di quanto si pensasse.

Cosa dovrebbe esserci nella Legge sulla concorrenza? Il principio, se si tratta di metter mano a problemi che attendono da anni, dovrebbe essere «medice, cura te ipsum». Le questioni più rilevanti, rispetto all’apertura di spazi per la competizione, non stanno, in Italia, fuori dal perimetro dello Stato ma dentro. Problemi di cui si parla spesso, come il grado di concorrenza fra le Big Tech, sono in tutta evidenza al di là delle competenze del legislatore italiano. Pensare che si possano risolvere aumentando i poteri dell’Antitrust è un po’ come aumentare lo stipendio dei vigili urbani in vista di nuove missioni di peace keeping: la prima cosa può essere buona o cattiva in sé ma non ha nulla a che fare con la seconda.

L’Italia è oggi un Paese nel quale la spesa pubblica supera la metà del prodotto interno lordo e nel quale lo Stato è il maggiore investitore nel mercato azionario. La Cassa depositi e prestiti ha un fondo di 44 miliardi per entrare nel capitale delle imprese. La concorrenza, per esserci, richiede anzitutto la separazione fra politica ed economia, ha bisogno che le aziende non possano beneficiare di aiuti più o meno surrettizi (incentivi, sussidi, norme che le «proteggono» dai concorrenti, magari stranieri) assegnati loro discrezionalmente dai governanti pro tempore. Non è con la Legge sulla concorrenza che si riduce la presenza pubblica nell’economia ma si può, per esempio, insistere sul principio della gara.

Più procedure competitive e affidamenti più brevi possono «aprire» i servizi pubblici locali anche ai privati, consentendo loro di competere con le municipalizzate e, quel che più conta, aiutando le amministrazioni ad assegnare la responsabilità della fornitura dei servizi a chi si dimostri capace di offrirli a prezzi più bassi e, magari, innovando sulle modalità con cui sono tradizionalmente forniti. I servizi pubblici locali sono quanto di più presente ci sia nella vita delle persone, ma la politica tende a considerarli una sua provincia ed è renitente ad accettare iniezioni di competizione.

A livello di consenso, c’è il precedente del referendum sull’acqua. Viene da dire che se bisogna dimostrare che davvero si è tirata una riga rispetto alla stagione del populismo, i servizi idrici dovrebbero essere il cuore del provvedimento del governo. Ma è più facile a dirsi che a farsi. L’annoso tema delle concessioni dovrebbe essere affrontato dal governo, anche se è difficile perché alcuni partiti tendono a difendere ambulanti e balneari e altri al contrario a considerarli una sorta di nemico di classe. Giungere a un provvedimento equilibrato è complicato e forse anche per questo la legge del governo Draghi è ancora in cottura.

C’è poi una riforma incompiuta, che forse la Legge sulla concorrenza potrebbe finalmente completare. È la liberalizzazione del mercato elettrico. Il paradosso è che qui non serve una legge: il superamento della maggior tutela, un meccanismo di regolamentazione dei prezzi per i piccoli consumatori che mai come in questi giorni di caro energia dimostra di avere il fiato corto, è previsto fin dal 2017. Ironicamente, era proprio la Legge «Annuale» sulla concorrenza precedente a stabilire la piena liberalizzazione a decorrere dal 2019. Tale scadenza è stata nel frattempo rimandata al 2020, poi al 2021 e infine al 2023. Per ora si è mosso qualcosa solo per le piccole imprese che dall’inizio di quest’anno sono entrate nel «nuovo mondo» della concorrenza grazie a un sistema di aste che ha garantito prezzi più convenienti per chi vi è stato coinvolto.

Per completare questa liberalizzazione, va adottato un mero provvedimento attuativo. Il suo contenuto è piuttosto tecnico, ma non c’è grande discussione: il precedente delle Pmi ha funzionato bene e basterebbe replicarlo. La «normalità» di un Paese che non fugge davanti alla concorrenza sarebbe semplicemente procedere su quella strada.

da L’Economia – Corriere della Sera, 1 novembre 2021

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