Comunismo e diritto naturale

Ma quale usurpazione, la proprietà privata ci difende dal potere che ci rende sue pedine

28 Novembre 2023

Libero

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Per Marx non c’erano dubbi: il comunismo altro non sarebbe stato che il primo regime politico ad abolire la proprietà privata, fonte e ragione a suo dire di tutte le disuguaglianze e ingiustizie di questo mondo. Viste le cose col senno di poi, si può dire che il comunismo non abbia raggiunto il suo scopo e sia miseramente fallito (mostrando il volto tragico e criminale che assume il suo programma quando si prova a metterlo in atto). Eppure, è lecito affermare che, a due secoli di distanza, un doppio successo quell’ideologia perversa l’abbia raggiunto. 

In teoria, il tema della proprietà privata è stato infatti espunto da ogni riflessione filosofica, tanto che anche i liberali è come se avessero oggi paura o vergogna di parlarne; in pratica, i diritti connessi al suo possesso sono messi in ogni momento in discussione e risultano costantemente minacciati dallo Stato e dai poteri pubblici. In una parola, La proprietà è sotto attacco, come recita il titolo di un agile e prezioso volume di Carlo Lottieri appena pubblicato da Liberilibri sotto gli auspici di Confedilizia (il cui presidente Giorgio Spaziani Testa firma la prefazione). 

Lottieri ci mostra, in pagine di rara efficacia, come buona parte della cultura politica contemporanea, anche lontana dal marxismo, ne abbia fatto propria la tesi centrale, quella secondo cui «i diritti di proprietà sono strumenti per il dominio della classe borghese su quella proletaria». Nulla di tutto questo. La proprietà, in un’ottica liberale, è un diritto naturale, oltre che una proiezione oggettiva e materializzata della nostra libertà, cioè delle nostre possibilità di azione. Il potere, essendo per sua natura tendente a limitare gli spazi di libertà dei singoli, cioè lo spazio vitale che ogni uomo crea intorno a sé, ha facile gioco nell’iniziare ad aggredire proprio il possesso materiale di cose e beni quando tende a prevaricare. Lo fa soprattutto con la tassazione, la quale assume le sembianze di un vero e proprio esproprio. 

L’idea è che una non meglio precisata “appropriazione originaria”, e non il merito nostro e dei nostri genitori, abbia generato i beni di cui siamo in possesso, e che a ben vedere possono considerarsi una naturale espansione della nostra corporeità. Di qui l’idea di affidare allo Stato una redistribuzione delle risorse che finisce per aggravare quella diseguaglianza che vorrebbe combattere, oltre a premiare i poco intraprendenti che aspettano non dal lavoro e dal sacrificio ma dallo Stato i mezzi per campare. 

Lottieri allarga il problema della crisi della proprietà a quello di tutto l’insieme del nostro modello di vita occidentale. Mette in discussione l’emergenzialismo, che creando crisi spesso fittizie, chiede allo Stato sempre nuove risorse, da espungere per lo più a chi ha, cioè a chi è proprietario.

E chiama in giudizio lo stesso modello formativo predominante: «Oggi nella vita universitaria», osserva sconsolato, «sono fondamentali i progetti di ricerca: ormai uno studioso valido non è chi scrive volumi o articoli importanti, ma chi invece ha finanziamenti da soggetti ritenuti prestigiosi. E che di ragionare sulla proprietà non hanno il minimo interesse. In sostanza, il riconoscimento e la valutazione dei diritti di proprietà è la più solida barriera che l’individuo possa costruire per limitare le pretese di un potere politico, economico e culturale che vorrebbe ridurci a pedine del “sistema”, e cioè ad automi inconsapevoli senza umanità. 

da Libero, 28 novembre 2023

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