La diversità del territorio italiano, lo sappiamo, è una immensa fonte di ricchezza. Ma fino a che punto può essere lo strumento per aumentare la spesa pubblica?
Lo scontro tra i sindaci di alcuni comuni “montani” e il ministro degli Affari regionali, Roberto Calderoli, è istruttivo. Il ministro ha proposto una revisione dei criteri per la classificazione dei comuni montani: secondo le norme appena varate, potranno definirsi così solo i comuni che hanno almeno il 25% della superficie al di sopra dei 600 metri di altezza e in cui almeno il 30% della superficie ha una pendenza superiore al 20%, oppure che si trovano a un’altitudine media di almeno 500 metri. Cioè, per essere più sbrigativi, potranno chiamarsi montani solo i comuni… che si trovano in montagna (dando un’interpretazione comunque generosa di cosa sia la montagna). Questa decisione ha scatenato la rivolta dei comuni che, sulla base dei nuovi criteri, cessano di essere “montani”: il numero complessivo scenderà da circa 4 mila a circa 2.800.
La mobilitazione dei sindaci è comprensibile: la perdita dello status di comune montano implica che non sarà più possibile accedere a fondi specifici oltre a una serie di agevolazioni per i residenti, relative tra l’altro allo smart working e all’imposizione fiscale sull’acquisto di nuove abitazioni. Analogamente, le imprese di questi territori godono di svariati aiuti, come il credito d’imposta del 10% per gli interventi di miglioramento ambientale e climatico (20% nei piccoli comuni con minoranze linguistiche). La battaglia, quindi, ha motivazioni poco elevate e molto terra-terra.
È ovvio che, ogni volta che si traccia una linea per separare chi può beneficiare di misure speciali da chi non può farlo, si compie un atto parzialmente arbitrario: alcuni comuni ricadenti nella nuova definizione probabilmente godranno di benefici di cui non hanno bisogno, mentre altri che sono esclusi ne avrebbero la necessità. Ma, non esistendo la definizione perfetta in grado di catturare ogni rivendicazione, bisogna trovarne una ragionevole: in un periodo complesso per il bilancio pubblico, è doveroso dedicare più attenzione alla tenuta dei conti che alle richieste più o meno fondate di chi, avendo fruito nel passato di agevolazioni, ritiene di averne titolo per sempre. La cronaca raramente rende merito a chi si incarica di razionalizzare gli aiuti, anziché di farli dilatare, e in un anno pre-elettorale lo sforzo è doppio. Ma senza la fatica poco remunerativa di chi, come Calderoli, si assume l’onere di imporre il rispetto dei soldi dei contribuenti il paese si troverebbe, ancora una volta, sull’orlo del baratro.