I classici del pensiero liberale

Nell'Italia del dopoguerra il liberalismo classico non godeva di gran fortuna. Oggi qualcosa è cambiato

23 Gennaio 2017

Il Sole 24 Ore

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

The Open Society and Its Enemies di Popper venne pubblicata in Italia a trent’anni dalla prima edizione, battendo d’un soffio la traduzione iraniana. Di The Constitution of Liberty di Hayek, pure tradotta tempestivamente, negli anni Sessanta se ne vendettero appena tredici copie: le altre finirono ai remainder. Bruno Leoni, forse il maggiore pensatore liberale italiano del Novecento, considerava uno spreco dí tempo dare alle stampe nella sua lingua madre il libro, Freedom and the Law, che l’aveva reso famoso negli Stati Uniti. Ci penserà, anche in questo caso trent’anni dopo, una piccola casa editrice di Macerata, Liberilibri, nata proprio per colmare questi vuoti.

Nell’Italia del dopoguerra il liberalismo classico non godeva di gran fortuna. Prestò alla neonata repubblica il suo volto più prestigioso, quello di Luigi Einaudi. Ma l’Einaudi diventato figurina della storia patria è quello della pera divisa a metà con Flaiano, l’uomo retto allergico agli sprechi e alle grandiosità della politica. Se ne ricordano volentieri le qualità umane, si tacciono le idee politiche: per dire, la preferenza per il pareggio di bilancio o la denuncia delle troppe “bardature” dell’economia italiana.

Non è esagerato sostenere che il nostro Paese è stato uno straordinario esperimento, di successo, nella costruzione di un’egemonia culturale. Così rigorosa e capillare che quando Luigi Einaudi suggerì al figlio Giulio di tradurre The Road to Serfdom di Friedrich von Hayek, dopo promesse e tergiversazioni quel pamphlet venne pubblicato da Rizzoli (zero ristampe).

Negli ultimi anni le cose sono un po’ cambiate, e ne dà conto Nicola Porro con questo suo La diseguaglianza fa bene. Manuale di sopravvivenza per un liberista, dove per sopravvivenza s’intende sopravvivenza culturale e il liberista in questione è un liberista di buone letture. È un libro serenamente militante: Porro racconta con garbo e ironia piccoli e grandi classici del pensiero liberale, da Adam Smith in giù, con l’evidente obiettivo di stimolare la curiosità del lettore. Questi, per distratto o antipatizzante possa essere, non può che trarne la conclusione che il liberalismo non è materia per antiquari ma tutt’ora produce pensatori di rango. Nelle librerie italiane oggi non mancano: sempre un po’ nascosti, in seconda fila, rosicchiano le briciole del mercato già esangue della saggistica.

È l’onda lunga dell’egemonia? È un po’ la tesi di Porro, e c’è del vero. Però i lettori sono consumatori come tutti gli altri e comprano i libri che desiderano. Se non viene loro il desiderio di capire di più che cosa sia la libertà economica, forse è anche un po’ colpa di chi prova a raccontarla e non riesce a uscire dalla trappola dei tecnicismi e dell’apparente freddezza dell’economia. Il marxismo per anni ha monopolizzato il mercato delle idee. Ora che quel monopolio è caduto, tocca ai liberisti montare la loro bancarella, esporre la merce, imparare a farsi scegliere. Magari imparando dalla sapienza divulgativa di Nicola Porro.

Da Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2017

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