Cocoricò: colpirne uno per punirne nessuno

Il provvedimento funzionerà come palliativo, perché si possa dire che qualcosa si è fatto e che le autorità sono intervenute

3 Agosto 2015

IBL

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

Quando accade una disgrazia, abbiamo bisogno di trovare un colpevole. A maggior ragione se la disgrazia dipende dal comportamento umano, se poteva essere evitata. Assumere droga non è restare vittime di un fenomeno incontrollabile. E’ invece l’esito di una serie di comportamenti e volizioni, da chi la fornisce a chi la assume.

Il provvedimento del questore di Rimini che chiude per qualche mese il Cocoricò, la discoteca dove poco tempo fa è sciaguratamente deceduto un ragazzo per l’assunzione di droga, tranquillizza le coscienze, pubbliche e private, che si è fatto qualcosa per rispondere a un evento che non doveva accadere, che la reazione c’è stata, la pena si è consumata.

Proibire un luogo non è però proibire una condotta, ammesso che proibirla sia utile a evitarla.

Il Cocoricò è uno spazio. Non è certo un luogo di culto, ma una discoteca dove, sarebbe ingenuo negarlo, capita che si consumi anche la droga. Ma se non si consumasse lì, non sarebbe difficile, e difatti non lo è, farlo altrove. 

Chiudere per qualche mese una discoteca vuol dire soltanto spostare il consumo in altre discoteche e in altri luoghi. Se per assurdo si volesse credere che in quel luogo si concentra tutto l’uso di droga, ci si dovrebbe chiedere fin da ora che cosa accadrà il giorno dopo lo scadere dei quattro mesi.

Il provvedimento non serve a tutelare i minorenni, come pretende il questore di Rimini.

Per tutelarli, servono ahinoi sforzi molto più impegnativi e molto meno immediati di un pezzo di carta firmato dalle autorità di pubblica sicurezza. Serve l’educazione, servono le famiglie e le formazioni sociali capaci di persuadere i giovani ad apprezzare la vita e ad aiutarli a trovare stimoli migliori della droga. Serve certo anche il mantenimento dell’ordine pubblico, ma con una capacità di controllo che sarebbe troppo facile se si potesse esaurire nei sigilli temporanei a una (sola) discoteca.

Il Cocoricò chiuso per quattro mesi non salverà qualche vita e non redimerà qualche testa. Volendo sperare che i fautori di tale provvedimento non lo ritengano davvero un serio tentativo di lotta alla droga, la sanzione alla nota discoteca non è tuttavia priva di motivazioni. Ne ha, anzi, almeno due, che hanno a che fare, più che con la lotta alla droga, con le consuete dinamiche tra chi governa e chi è governato.

Il provvedimento riminense è un gesto dimostrativo, un pubblico proclama che, con una pena esemplare ad uno, ammonisce gli altri dal seguirne le orme, in oscuro lascito del motto, fatto proprio dalla Cina di Mao e poi dalle Brigate Rosse, «colpirne uno per educarne cento».

Il punto, però, è chi si vuole colpire. Non sarà la sospensione dell’attività di una o di tutte le discoteche a mettere in fuga i responsabili. Sarebbe bello se bastasse chiudere queste, perché sarebbe semplice. Ma, come detto, l’uso di droghe chiama in causa responsabilità molto più individuali, da un lato, e familiari e sociali dall’altro. 

Tuttavia, il provvedimento funzionerà come palliativo, perché si possa dire che qualcosa si è fatto, che le autorità sono intervenute, che la lotta alla droga è stata presa in carico dai tutori dell’ordine, che da oggi non si scherza più e ci penseranno loro a togliere le pasticche dalle mani dei giovani. 

Tra quattro mesi, quando ci saremo dimenticati dell’emergenza droga e del giovane in overdose, potremo ricominciare daccapo.

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