Classifica paternalista

Norme che inducono alla (forse) virtù

8 Giugno 2023

La Ragione

Argomenti / Teoria e scienze sociali

L’Italia è in coda alla classifica (28esima su 30) ma una volta tanto per ragioni positive. E cioè per il suo «atteggiamento liberale» rispetto alle «politiche sul cibo e le bevande analcoliche e per un prelievo fiscale moderato (per gli standard europei) sui liquori, la birra, i prodotti a base di nicotina e i liquidi per sigarette elettroniche».

Si chiama Nanny State Index (Indice del paternalismo) e nasce nel 2016 per tracciare il perimetro delle politiche pubbliche – divieti, tasse, restrizioni – sulle scelte dei consumatori europei sulla base di tre categorie principali: alcool, nicotina e dieta. Pubblicato dall’Institute of Economic Affairs ed Epicenter in collaborazione con numerosi think tank europei (fra cui, per l’Italia, l’Istituto Bruno Leoni) questo Rapporto stila la classifica dei Paesi più paternalisti con le scelte individuali sugli stili di vita.

La maggior parte dei Paesi europei entrerebbe a gamba tesa nella vita quotidiana dei cittadini attraverso divieti, aumenti delle tasse e una regolamentazione pervasiva nei settori ritenuti dannosi per la salute degli individui. Secondo il Nanny State Index 2023, l’Italia – superata soltanto dalla Germania (il Paese più libero d’Europa) e dalla Slovacchia – si distinguerebbe invece per il proprio liberalismo nello stile di vita con il minor numero di restrizioni paternalistiche, mentre la Turchia (ultima a essere aggiunta all’Indice) sarebbe il Paese meno libero quando si tratta di vietare, tassare e regolare.

In teoria, a differenza del paternalismo, il libertarismo rifiuta qualsiasi forma di interferenza delle autorità nella vita delle persone. Ma in pratica, come spiega bene Fabrizio Acanfora nel suo recente In altre parole – Dizionario minimo di diversità ogni Stato democratico applica «un miscuglio di ideologie che prevedono forme paternalistiche insieme a modelli di stampo libertario, cercando di garantire la maggiore libertà possibile nel rispetto delle libertà altrui».

Per capirsi meglio: sulla base del Nanny State Index, la maggior parte dei Paesi europei presi in considerazione ha posto un limite di guida pari allo 0,05% di concentrazione di alcool nel sangue. In alcuni di questi, tuttavia, il limite è così basso da risultare più una misura di invito alla moderazione che non di sicurezza stradale. Ragionamento sensato. Ma in questo caso, il rischio di comminare una misura paternalistica non deve forse cedere il passo all’esigenza di proteggere la vita di chi torna a casa senza essere investito? Persino il filosofo ed economista liberale John Stuart Mill ammetteva un’eccezione al principio di non interferenza della sfera pubblica in quella privata: il principio del “non nuocere”.

Ecco il punto cruciale: se si accetta l’idea ragionevole che, per evitare un danno ad altri individui, l’autorità possa mettere becco nelle scelte individuali – per esempio ammonire i fumatori, redarguire chi abusa di junk food, mettere una tassa sulle bevande zuccherate – allora come si fa ad avere la misura della libertà che si assottiglia seppure per il bene dei cittadini? Nel loro libro Nudge – La spinta gentile, Richard Thaler (premio Nobel 2017 per l’economia) e Cass Sunstein tentano una risposta definendo il concetto di nudge (pungolo): un intervento che «altera il comportamento delle persone in modo prevedibile senza proibire la scelta di altre opzioni e senza cambiare in maniera significativa i loro incentivi economici».

I ‘pungoli’, dunque, non sono ordini e il loro scopo è cercare di migliorare il benessere degli individui orientandone le decisioni ma mantenendo intatta la loro libertà di scelta. Per esempio, gli autori del saggio argomentano: mettere della frutta al livello degli occhi conta come un nudge; proibire il cibo spazzatura no. Thaler e Sunstein chiamano questo approccio «paternalismo libertario». Sembrerebbe la soluzione perfetta. Forse troppo bella per essere vera.

da La Ragione, 8 giugno 2023

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