Piove sul bagnato non è solo un modo di dire. È una reale tendenza dei sistemi a amplificare gli squilibri già esistenti. Accade anche con le previsioni economiche di primavera per l’Italia. Come il terreno saturo assorbe l’acqua peggio di quello asciutto, un’economia debole assorbe i fattori di crisi peggio di un’economia forte.
La crisi mediorientale e le politiche commerciali americane non toccano solo l’Italia. Prima della fine di febbraio 2026, l’economia dell’Ue si espandeva a un ritmo moderato, ma le prospettive sono cambiate in peggio dall’inizio dell’attacco all’Iran e del blocco di Hormuz. Tuttavia, le stime al ribasso portano l’Italia ad essere ultima per crescita e prima per debito pubblico. Il motivo, in sintesi, è racchiuso nel vecchio modo di dire. L’Italia è un Paese a bassa produttività aggregata e alta spesa pubblica, sbilanciata su interessi e spese correnti. E difatti il dato più preoccupante delle previsioni elaborate dalla Commissione è il rapporto tra debito e Pil, stimato in aumento di più di due punti percentuali entro l’anno prossimo, con una forbice che quindi fotografa la maggior distanza tra debito e crescita.
Questa distanza dice una cosa nota e grave: l’Italia si sta giocando il capitale futuro per pagare quello passato, scelta che le impedisce di essere il luogo in cui i giovani possono restare o arrivare nella fiducia di trovare condizioni di benessere e prosperità non inferiori a quelle delle generazioni precedenti. Nemmeno i fiumi di denaro pubblico del Pnrr hanno cambiato le prospettive future, pur essendo stato promesso come un’occasione storica e irripetibile per affrontare problemi e ritardi strutturali. Tra le ragioni di questo giudizio quasi scontato c’è il fatto che crescita e debito, cioè i punti su cui insiste la Commissione europea, non riguardano solo le priorità di spesa e le scelte di governo, ma l’attitudine sociale.
Elsa Fornero ha parlato ieri, dalle pagine di questo giornale, di conservatorismo sociale e culturale, cioè la tendenza a guardare con occhi vecchi realtà nuove, a non voler cambiare, a proteggere (conservare) la propria condizione reiterando schemi sociali e culturali passati. La professoressa ha fatto alcuni esempi di questo atteggiamento: la condizione lavorativa delle donne, la gestione delle pensioni, il dibattito sull’immigrazione.
Proprio questo conservatorismo sociale spiega perché non riusciamo a cogliere appieno le opportunità anche laddove ci sono state date — dall’ingresso dell’euro al Pnrr —, perché per fare riforme necessarie servono governi tecnici, perché per ogni passo in avanti se ne fa uno indietro. La storia delle riforme delle pensioni e del mercato del lavoro lo spiega bene. È difficile tuttavia dire se sia nato l’uovo prima della gallina. Certo è che tra false riforme o controriforme, occasioni sprecate e conservatorismo sociale c’è un circolo vizioso. È impossibile chiedere alla politica di governo lungimiranza e capacità di gestire le transizioni se quello che sembrano volere i cittadini è illudersi che il mondo non cambi. Al tempo stesso, è complicato scardinare dal basso una coazione a ripetere misure di piccolo cabotaggio. La decisione del governo Meloni di non chiedere la sospensione del Patto di stabilità per le spese di difesa e al tempo stesso di chiederla per il taglio del costo della benzina e delle bollette è l’ultimo degli esempi.
Ne azzardo un altro: a giugno, il ministero dell’Economia collocherà un nuovo titolo, Btp Italia Sì, indicizzato all’inflazione nazionale con tasso minimo garantito. L’emissione dei titoli di Stato registra ogni volta livelli di adesione da record. Per i piccoli risparmiatori, quali sono in buona parte gli italiani, è un investimento allettante: storica convinzione sulla bontà del debito e del debitore se pubblici, facile accesso informativo, tassazione agevolata, rendimenti garantiti.
Ma i titoli di Stato sono, appunto, debito pubblico e il cortocircuito tra i nostri interessi come risparmiatori a breve-medio termine e i nostri interessi come cittadini a lungo termine si rinnova ogni volta. Difficile romperlo partendo dalla società, sia per motivi culturali che per motivi contingenti. Prestare soldi allo Stato è radicalmente vista come un’operazione buona e sicura. Inoltre, le condizioni dei titoli di Stato sono, per un piccolo risparmiatore, vantaggiose in termini fiscali rispetto ad altre forme di investimento.
Finché non si creerà un contesto regolatorio che consentirà al risparmio di intercettare strutturalmente il capitale produttivo non si riuscirà a invertire la rotta. Il nuovo titolo di Stato si chiama Italia Sì. «Italia Sì Italia no, Italia gnamme, se famo du’ spaghi», cantavano Elio e le Storie Tese. A proposito di quell’indifferenza adattiva e conservatrice che contraddistingue gli italiani e i loro governi.