Che brutti quei politici che mungono la mucca Italia

Disagio dinanzi a questa sceneggiata che si voleva festosa

9 Febbraio 2015

Il Giornale

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

La crisi delle aziende che producono latte e formaggi ha una sua complessità e certamente non tutte le ragioni stanno da una parte, né tutti i torti dall’altra. In un settore totalmente drogato dai sussidi Ue è stato introdotto un sistema regolatorio (quello delle quote-latte) che ha finito per generare, tra varie iniquità, un’ enorme confusione e che oggi vede gravare anche la spada di Damocle di pesanti multe sulla testa di molte imprese. In questi anni i danni agli operatori del settore sono stati rilevanti e se oggi vari allevatori sono in sofferenza un motivo c’è: quale che sia la lettura spesso sbagliata che molti tra di loro danno della situazione.

Se motivi di protestare contro la politica agricola europea ce ne sono a bizzeffe, c’è però da chiedersi quale idea del Paese abbiano in testa tutti quei politici nazionali che ieri, per esprimere la loro solidarietà alle aziende del latte, sono andati in piazza a mungere qualche vacca in segno di solidarietà. Non si rendono conto che gli italiani sono tra i contribuenti più «munti» al mondo e che l’intero Paese sta sprofondando a causa di un livello di prelievo fiscale che mai si era raggiunto nel passato? Non sono stati sfiorati dall’idea che molti cittadini si sarebbero riconosciuti maggiormente nel quadrupede munto invece che nel bipede mungitore? La politica vive di principi, di progetti e anche di simboli. Le fotografie che ritraggono molti nostri amministratori e governanti tra quanti ieri erano in piazza per solidarietà c’erano i ministri Maurizio Martina e Giuliano Poletti, il presidente lombardo Roberto Maroni, il sindaco romano Ignazio Marino e molti altri membri della classe politica hanno il merito di restituire una plastica rappresentazione di questa nuova fattoria degli animali, per ricordare il romanzo di George Orwell, che vede quanti sono costretti a versare allo Stato il 50% del loro reddito nella condizione delle vittime. E non c’ è bisogno di alcuna malizia, mi pare, per avvertire un qualche disagio dinanzi a questa sceneggiata che si voleva festosa. Non c’è dubbio che da sempre l’odore dei campi manifesta una potente attrazione per il nostro ceto politico: fin dai tempi del legame di ferro tra la Dc e la Coldiretti. Ma in fondo la stessa cosa si può dire per l’era fascista, dato che il Duce non mostrò mai entusiasmo per l’universo chiuso delle fabbriche e celebrò invece a più riprese la vitalità dei campi.
Non stupiamoci, allora, se ogni generazione italiana è chiamata a vedere i politici nostrani impegnati in una loro battaglia del grano. L’ironia è che mentre i ministri si esibivano davanti ai fotografi, un altro pezzo di apparato pubblico creava ulteriori ostacoli a chi combatte la sua buona battaglia per la crescita e la liberalizzazione del settore. Il Consiglio di Stato ha infatti respinto il ricorso di Giorgio Fidenato, l’imprenditore che sulla base della normativa europea ha impegnato il decreto del governo contro il diritto degli agricoltori a coltivare anche in Italia come avviene ovunque il mais geneticamente modificato. Qualcuno vorrebbe insomma lavorare meglio crede e invece non può, ma in compenso i politici fanno teatro nelle piazze.

Va comunque riconosciuto che tra le molte attività in cui ieri essi avrebbero potuto cimentarsi (arare i campi, liberare le stalle dal guano, innaffiare le piantagioni e via dicendo) la più indicata a interpretare il loro modus operandi è proprio l’atto dell’estrarre latte dalle mammelle di una vacca. Ma a questo punto c’è solo da sperare che il settore dell’allevamento degli ovini in futuro non conosca disagi e difficoltà. In tal caso, però, siamo certi che salterebbe fuori di sicuro qualche nostro politico disposto a farsi fotografare, con il sorriso sul volto, mentre tosa alcune povere pecore.

Da Il Giornale, 9 febbraio 2015

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