Alberto Mingardi
Rassegna stampa
24 gennaio 2022
Se il capitalismo «woke» si scopre settario e familista
I guasti della politicizzazione esasperata, viscerale e divisiva in uno studio sull’evoluzione del management negli Stati Uniti
L’ideologia entra anche in azienda? Il mondo degli affari, si diceva una volta, non guarda in faccia a nessuno. I dirigenti di un’impresa sono valutati sulla base della loro performance. Ma le aziende non operano nel vuoto: chi vi opera appartiene a una certa società e a un certo tempo e ciò determina anche l’ambito dei comportamenti accettabili. Un recente paper di Vyacheslav Fos, Elisabeth Kempf e Margarita Tsoutsoura (The Political Polarization of U.S. Firms, 2021) segnala come nelle imprese americane i gruppi dirigenti siano oggi più politicamente omogenei che in passato: o tutti blu o tutti rossi. Il loro lavoro si basa su un’analisi della registrazione nelle liste elettorali del top management delle imprese dell’indice S&P 1500, fra il 2008 e il 2018.

Non c’è dubbio che in quei dieci anni sia aumentata la diversità, rispetto, per esempio, al genere, nelle posizioni apicali. Ma il maggior pluralismo su quel fronte è più che bilanciato, scrivono, dalla omogeneità ideologica.

Lo studio segnala come, di fatto, la polarizzazione politica sia sempre più pervasiva. Da una parte, l’appartenenza a un partito ha implicazioni che in precedenza non aveva. Per molto tempo, per una certa porzione dell’elettorato era possibile, ad esempio, «spostarsi» da destra a sinistra o viceversa, per simpatia verso un candidato o sulla base di un giudizio su caratteristiche dello stesso che prescindevano dall’orientamento.

Oggi l’appartenenza è sempre più «viscerale». Il fattore che più spiega la crescente politicizzazione della vita sul posto di lavoro, per i manager, è l’omofilia: i tre autori riscontrano che il «61% dell’aumento della partigianeria è prodotto da una crescente tendenza da parte dei dirigenti ad entrare in aziende in cui sono presenti individui che condividono le loro idee politiche. Il restante 39% è prodotto dal fatto che la popolazione di dirigenti nel suo insieme sta diventando politicamente più omogenea (ovvero repubblicana)». «I dirigenti che sono politicamente allineati con la maggioranza del proprio team hanno una probabilità di abbandonare la propria azienda inferiore di 3,2 punti percentuali rispetto ai dirigenti le cui opinioni non sono allineate col resto della squadra».

Nella loro analisi, Fos, Kempf e Tsoutsoura segnalano come i momenti nei quali la politicizzazione delle imprese ha preso la rincorsa sono stati il 2010, 2012 e 2016: ovvero rispettivamente gli anni nei quali è stato varato il controverso Affordable Care Act (Obamacare) e in cui si sono tenute le elezioni che hanno visto la seconda vittoria di Obama e poi l’affermazione di Trump. La corrispondenza con un anno elettorale o con un periodo nel quale non si parla che di politica è comprensibile, ma ancora una volta segnala la profondità dell’appartenenza: il partito è sempre meno un club e sempre più una tribù. Di per sé non sorprende che le persone vogliano stare e lavorare con altre persone che somiglino loro. Le questioni sono semmai altre due. In primo luogo, che l’appartenenza politica sia diventata un fattore così divisivo, un confine che definisce il perimetro delle frequentazioni accettabili. Negli Usa di Clinton o Bush, non era così.

In più, il rilievo dell’appartenenza è tale che prevale su quello che dovrebbe essere il motivo più rilevante per coinvolgere e mantenere una persona nel team: la sua performance sul posto di lavoro. Non è un caso se Fos, Kempf e Tsoutsoura osservino che il fenomeno è meno pronunciato nelle aziende ad azionariato diffuso (verosimilmente più «anonime») e in quelle che realizzano beni di consumo, nelle quali ci sono ottime e comprensibili ragioni per smussare qualsiasi appartenenza. È probabile poi che vi siano differenze significative da settore a settore: per esempio, le donazioni al Partito democratico da parte di manager di Wall Street sono aumentate, dagli anni Novanta ad oggi.

Lo studio si ferma al 2018. Da allora, la questione della «politicizzazione» del mondo degli affari è emersa, negli Stati Uniti, da una prospettiva molto diversa: sono i repubblicani a denunciare la prevalenza dei democratici nelle stanze dei bottoni. Si parla di «capitalismo woke» per descrivere la svolta «a sinistra» delle grandi corporation, anzitutto i giganti dei social, Twitter e Facebook, ma anche i grandi produttori di contenuti, come Netflix, Disney e la stessa Amazon, nelle cui produzioni dominano temi culturali cari alle sensibilità liberal.

Anche per questo, nei circoli conservatori americani le reazioni alla scommessa di rafforzare l’antitrust contro Big Tech da parte dell’amministrazione Biden sono state minime e residuali. In un caso, la politica della concorrenza è vista come uno strumento per combattere le diseguaglianze, nell’altro c’è l’aspettativa che possa venir utile per regolare qualche conto in sospeso.

I repubblicani trovano conferma delle proprie tesi nella tendenza a sottolineare sempre di più la «responsabilità sociale» delle imprese. Che segnalerebbe le preferenze di sinistra dei manager e certifica un ampliamento degli obiettivi che si danno le stesse aziende. Non solo il profitto degli azionisti, ma anche «altro». Questo «altro» viene facile da politicizzare.

Concentrarsi sulla creazione di valore significa cercare di mettere le persone nelle posizioni nelle quali possono dare di più. I vincoli di amicizia, i nepotismi, le combriccole fanno parte della vita. Il motivo del profitto consiglia di limitarne il peso. I critici dello «shareholder value» sostengono di essere impegnati nella creazione di un capitalismo dal volto umano. C’è il rischio che si riveli «troppo umano»: impregnato di familismo e settarismo.

da L'Economia - Corriere della Sera, 24 gennaio 2022