Capitalismo, parola sbagliata. E se provassimo innovismo?

Alberto Mingardi per il Mulino affronta significati, ambiguità e fraintendimenti di una categoria

18 Giugno 2023

Corriere della Sera

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Basta poco per rendere il tavolo attorno al quale si sono ritrovati alcuni amici per trascorrere una piacevole serata a cena il luogo di un acceso confronto sulle sorti del mondo. Serve solo una parola: capitalismo. Una parola ombrello. Causa dei mali del mondo o mezzo per garantire alla maggior parte di persone possibile la quantità più ampia altrettanto possibile di benessere. Una parola detestata dai più, di sicuro divisiva. Nella quale leggere non tanto il progresso economico, materiale, di molti ma le sue storture. O i suoi effetti casuali, spesso ritenuti, invece, figli di precise quanto perniciose volontà di chi del capitalismo ha saputo approfittare danneggiando collettività e comunità.

Peccato che quella parola sia appunto solo una parola. E per di più «sbagliata. Pensata sbagliata, costruita sbagliata». Ne è convinto Alberto Mingardi, chiamato dal Mulino a raccontarla nella felice collana Parole Controtempo ideata in quel di Bologna. Un libricino (solo nella forma, sta in una tasca, pesa meno di un kindle, stampato in bei caratteri leggibili e su carta sopraffina) intitolato Capitalismo.

Poco più di 160 pagine di un viaggio attorno agli equivoci più o meno interessati, alla storia letta non con gli occhi di chi vuole giudicare ma capire; un viaggio attorno al capitalismo. Sapendo che più che la storia, sono «le» storie, gli aneddoti, gli episodi a raccontare l’evoluzione delle persone, dell’umanità. Iniziando appunto dal chiedersi se quella parola sia la più giusta. «Sembra alludere all’architettura di un sistema. È il meccanismo che rende possibile questo processo, la trama di istituzioni e simboli – scrive il docente di Dottrine politiche alla Iulm di Milano e direttore dell’Istituto Bruno Leoni – che consentono ai ricchi di diventare più ricchi mentre i poveri, bè, restano dove sono. Per questo è una parola sbagliata, costruita sbagliata. Senza accumulazione di capitale, non avremmo avuto né il treno né l’aeroplano… non ci avremmo messo un anno per sviluppare cinque vaccini contro il Covid19».

Tanto più che l’accumulazione ha poco a che fare con quella rivoluzione industriale dove siamo portati a collocare le origini del capitalismo. Non solo perché l’accumulare risorse è cosa che qualche migliaio di anni fa avevano iniziato i faraoni in Egitto (che addirittura tentarono di portarsele anche nell’aldilà). Ma anche perché, come ricorda Mingardi, «pare che la Chiesa cattolica detenga qualcosa come 61 mila tonnellate d’oro (che, nota qualche anticlericale militante, significa 7 volte le riserve auree degli Stati Uniti). Eppure non abbiamo mai pensato che la Chiesa avesse granché a che fare col capitalismo».

È il flusso continuo di innovazioni, semmai, a caratterizzare il periodo post- rivoluzione industriale. Ed è difficile contestare il fatto che più che l’accumulazione conti l’innovazione, al punto che la storica dell’economia, Deirdre N. McCloskey, ha suggerito di chiamarlo «innovismo» e non «capitalismo» , scrive ancora Mingardi. Succede così che il capitalismo sia una sorta di «setaccio invisibile» che consente che alcuni progetti sopravvivano e altri no. Sulla base di cosa? Di quel «mutevole» gradimento dei consumatori. E quindi che a decretare il successo di questo o quell’altro prodotto sia di fatto la convenienza, materiale o immateriale, di reputazione o di uso.

Altrimenti si capirebbe poco perché, come ricorda ancora Mingardi, nella classifica di «Fortune» del 2019 delle 500 principali aziende americane per fatturato vi compaiano solo il 10% di quelle presenti nel 1955. O che in un film del 1982, Blade Runner, ambientato in una Los Angeles distopica, appaiano brand di aziende come Atari e Pan Am. Società immaginate dal regista Ridley Scott come compagnie destinate a durare nel tempo. Ed entrambe scomparse.

Riuscire a intercettare i bisogni, le convenienze dei consumatori, delle persone, è difficile e complicato. E se oggi discutiamo di capitalismo è anche perché l’idea di un «governo scientifico» con un’unica cabina di regia dell’economia appare stemperarsi. Confermando le profezie di Ludwig von Mises. Uno dei pochi economisti, ebreo nella Vienna degli anni Venti, le cui previsioni si sono avverate, come scrive ancora Mingardi. E questo non solo per la caduta dell’Unione Sovietica, ma anche in quelle ricorrenti difficoltà di una Cina che ha raggiunto obiettivi importanti. Quanto sostenibili, però, ce lo dirà la storia, che ha visto quel grande Paese arrivare persino a chiudersi nei secoli scorsi per paura di abbracciare in toto quell’innovismo che forse a cena metterebbe fine alle discussioni su una parola.

dal Corriere della Sera, 18 giugno 2023

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