Canone Rai: ”di tutto, di più”

Il canone Rai è un'imposta anacronistica e ingiustificabile rispetto all'evoluzione delle telecomunicazioni

16 Novembre 2014

IBL

Argomenti / Diritto e Regolamentazione Teoria e scienze sociali

Il canone Rai è sempre stato un tributo odioso.

Da tariffa per la fruizione di un servizio pubblico in regime di monopolio, è diventato una vera e propria imposta pagata sulla presunzione del possesso di un televisore. Indipendentemente dal fatto che quel televisore venga usato per guardare i programmi Rai, che il canone finanzia.

Si parla di nuovo di mettere il canone in bolletta elettrica. Se dalle ipotesi si dovesse passare ai fatti, il canone diventerebbe un vero e  proprio mostro giuridico, per tre motivi almeno.

Agganciarla al servizio elettrico, la renderebbe un’imposta nascosta all’interno di una tariffa – dunque di una forma di prestazione patrimoniale diversa – che è il corrispettivo di un servizio che con la programmazione della Rai non c’entra nulla. Ciò renderebbe più difficile per il contribuente capire quale sia la somma pagata a titolo di canone Rai e quale pagata per il consumo di elettricità. Sappiamo che lo Statuto del contribuente è come se non ci fosse, ma il principio di trasparenza, che in quella legge dello Stato viene invocato, dovrebbe valere a prescindere dal fatto che i governi ne abbiano sempre fatto carta straccia. 

Inoltre, l’occultamento del canone e la difficoltà conseguente nell’isolarlo rispetto al resto della bolletta renderebbe definitiva la presunzione di possesso dell’apparecchio ricevente: tutti quelli che hanno la luce pagheranno il canone. Una platea diversa e più vasta di quanto hanno una tv. Spetterà al contribuente dimostrare il contrario, sempre che si rammenti che nel pagare la corrente elettrica finanzia anche la Rai. 

Non è questo il modo con cui si affronta l’evasione di questa imposta, se è tale l’obiettivo che si propone il governo. Questo, piuttosto, è il modo di snaturarla definitivamente. L’obiettivo, chiaro, è quello di aumentare arbitrariamente il gettito ad essa collegato facendolo pagare furtivamente a tutti. 

Di presunzione in presunzione, si arriva all’ultima novità: il canone potrebbe essere imposto non solo ai possessori di televisioni, ma  a chiunque abbia un apparecchio in grado di ricevere il segnale e trasmettere i programmi Rai, quindi anche tablet, pc, smartphone.

Passi ormai che la giurisprudenza, per superare le obiezioni di quanti pretendevano di non dover pagare il canone non vedendo a Rai, abbia ritenuto che il corrispettivo fosse collegato al possesso della televisione, e non alla fruizione diretta del servizio. Se già avere una televisione non dovrebbe essere la stessa cosa che guardare la Rai, un telefonino smartphone o un qualsiasi altro device servono a molti altri servizi, prima che a vedere la Rai. Come se non bastasse l’aumento dell’equo compenso, gli apparecchi elettronici verranno colpiti da un tributo completamente distante da ciò a cui ordinariamente servono.

Il canone Rai è un’imposta anacronistica e ingiustificabile rispetto all’evoluzione delle telecomunicazioni, prima ancora che rispetto al servizio effettivamente reso. Più ancora che la televisione pubblica, il fisco italiano è “di tutto, di più”.

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