Big Tech bifronte. Nella gabbia dell'Antitrust?

Il numero di utenti e i dati che ne tracciano la vita digitale rendono queste imprese prede appetibili per l'Antitrust

25 Gennaio 2021

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Facebook, Twitter, Google & co. di lotta e di governo. Aiutati da Trump salgono sul carro di Biden. Ora sono nel mirino delle Authority europee e americane. Ma se ci si limitasse a un sistema di tariffe di transito per chi le utilizza…

Dopo i fatti di Capitol Hill, Big Tech ha inferto un duro colpo a un nemico già pesantemente ferito. L’account di Donald Trump è stato sospeso da Facebook ed eliminato da Twitter. Nei giorni successivi YouTube, Reddit, Snapchat hanno fatto mosse simili. A chi sostiene che si tratti di una forma di censura, i difensori di Twitter e Facebook hanno buon gioco a rispondere col primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, il quale impedisce ogni limitazione alle manifestazioni del libero pensiero, sì, ma da parte del governo.

Sullo Spectator, il saggista svedese Johan Norberg ha ricordato che la libertà di parola è una «libertà negativa»: il primo emendamento ti concede di scrivere quel che vuoi ma non implica che qualcuno sia obbligato a pubblicarti. Viene facile a Norberg metterla in burla citando il caso del senatore trumpiano Josh Hawley, che ha sostenuto che l’editore Simon Schuster abbia violato il primo emendamento non pubblicando il suo libro.

Il cortocircuito
C’è un cortocircuito nel dibattito: forti anche della «section 230», una norma del 1996 che sancisce il free speech digitale, per anni i social hanno sostenuto di non essere editori ma piattaforme, per anni i loro avversari li hanno accusati di non essere in grado di autoregolamentarsi. Il bavaglio messo a Trump mette in crisi entrambe queste narrazioni.

Ci sono più regole nel futuro di Big Tech? In parte la fortuna delle imprese della Silicon Valley si spiega proprio col fatto che, come hanno scritto Daniele Manca e Gianmario Verona sul Corriere della Sera, «la politica viaggia a velocità inferiori a quelle della tecnologia e del mercati». Internet non ha portato con sé solo nuove imprese, ma anche nuove abitudini, nuovi modi di interagire, semplicemente inimmaginabili per politici e regolatori.

Il fatto che i bit siano meno regolamentati degli atomi, come sostiene il finanziere Peter Thiel, ha attratto in quella direzione ingenti investimenti e ha liberato un ventennio di straordinarie innovazioni. Il primo arrivato è meglio servito ma le posizioni dominanti, nei settori nei quali l’innovazione viaggia veloce, non sono tutto. La storia di Internet è costellata di esempi di fallimenti nell’approfittare di una posizione di vantaggio: MySpace era stata comprata a caro prezzo dalla NewsCorp di Robert Murdoch salvo venire completamente eclissata da Facebook; prima dell’avvento di iTunes, Microsoft non era riuscita a sfruttare appieno la sua posizione per offrire musica ai suoi utenti; G+, il social network di Google, è stato un completo fallimento.

Ma il numero di utenti, e il fatto di trafficare con qualcosa di così prezioso e sfuggente come i dati che ne tracciano la vita digitale, rende queste imprese prede appetibili per l’Antitrust. Anche la politica della concorrenza è politica: lo è in Europa, dove ne è responsabile un Commissario, cioè un esponente del potere esecutivo e non giudiziario. E lo è anche negli Stati Uniti, dove può essere il Dipartimento di Giustizia ad aprire un’indagine.

Andando per pennellate un po’ approssimative, negli scorsi anni abbiamo tutti imparato che l’antitrust europeo è più attento alle ragioni dei concorrenti (la retorica è quella della difesa dei piccoli contro i grandi che li relegano in posizioni residuali), mentre quello americano ragiona più in termini di danni effettivamente subiti dai consumatori. Sappiamo anche che, negli Usa, le amministrazioni democratiche di solito spingono nella direzione di una politica della concorrenza più interventista, utilizzandola a tutti gli effetti come strumento di regolazione per raggiungere obiettivi ritenuti socialmente rilevanti, mentre le amministrazioni repubblicane frenano e preferiscono aspettare di vedere come evolvono i mercati.

Ma le cose non sono poi così chiare. Obama ha voluto la net neutrality, che avvantaggiava operatori over the top a scapito delle telco, la Federal Communication Commission l’ha rimossa, dopo l’elezione di Trump. La Federal Trade Commission ha però aperto un caso contro Facebook lo scorso dicembre mentre nel 2019 i cinquanta attorney generai dei singoli Stati avevano già avviato uno scrutinio delle pratiche presunte anticoncorrenziali di Google. Critico delle grandi imprese tecnologiche in casa propria, Trump le ha sempre difese dai tentativi di regolamentazione e tassazione sovrannazionali. È difficile dunque fare coincidere perfettamente il risiko degli interessi con posizioni di principio.

Gli spunti
Il bavaglio messo all’ex Presidente, a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, è forse più di tutto una captatio benevolentiae. Imprese così grandi sono necessariamente immerse in una contrattazione continua con la politica, ora esibiscono un allineamento valoriale con la nuova amministrazione.

È toccato al giurista libertario Richard Epstein proporre, sul Wall Street Journal, di applicare ai social il modello delle public utility e dei monopoli naturali: in quei casi conta la disciplina delle tariffe praticate a quanti ne fanno uso, per evitare discriminazioni a favore di un concorrente odi un altro. I social sono gratis ma dovrebbero prevedere una sorta di diritto di transito. Più che a un editore, bisognerebbe pensare a una sorta di tipografia monopolistica, alla quale chiunque ha diritto a ricorrere per stampare il proprio giornale.

Per l’amministrazione Biden certamente sarà una sfida. Coltivare un’alleanza con Big Tech è una prospettiva non priva di vantaggi, ma può anche fare gridare allo scandalo l’ala sinistra del partito. Che, un po’ come Trump, sui social ha fatto la propria fortuna ma li vuole regolamentare.

Da L’Economia – Corriere della Sera, 25 gennaio 2021

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