Ieri, 24 anni fa, le Nuove Brigate Rosse uccidevano Marco Biagi davanti al portone di casa. Tre anni prima, avevano assassinato il suo collega Massimo D’Antona.
Le Nbr sembrano una cosa del passato ma ventiquattro anni sono meno di una generazione: gli allievi di Biagi oggi sono in cattedra a portarne avanti lo spirito e il suo lascito è coltivato da numerosi ambienti di ricerca, dalla fondazione universitaria Marco Biagi al progetto Reinventing Work dell’Istituto Bruno Leoni fino a Adapt, l’associazione per gli studi sul diritto del lavoro che aveva fondato nel 2000. La sua riforma è ancora in vigore, ancorché modificata. Ancor più, è viva la sua eredità intellettuale e accademica e vivo è il metodo di lavoro che lo aveva portato a guardare in faccia la realtà di un mondo in cui il posto fisso non serviva più a valorizzare i meritevoli ma nemmeno a salvare i vulnerabili.
Molte volte Biagi viene ricordato come un uomo pragmatico. Ma se pragmatico è colui che si fa guidare dal prevalere degli interessi pratici sui valori (così almeno secondo il vocabolario Treccani), questo non è un aggettivo che gli rende merito.
Nel gennaio 2002, due mesi prima di essere assassinato per le sue idee e per il suo impegno istituzionale, ebbe un confronto serrato con i delegati della Conferenza Episcopale Italiana sui problemi del lavoro. L’oggetto del confronto era il Libro bianco a cui aveva lavorato su richiesta dell’allora ministro Roberto Maroni, insieme a Maurizio Sacconi. In quella circostanza, lo accusarono di non badare ai diritti dei lavoratori. Anche i delegati erano portatori di una visione del mondo da realizzare, quella che Scalfari dalle pagine di Repubblica, Biagi da poco ucciso, chiosò come riformismo di alto livello rispetto al suo, di più basso livello. Ma era un’etica delle intenzioni che impediva di vedere la realtà dei fatti. In quella circostanza, Biagi disse che la sua «etica» gli imponeva di occuparsi «di tutti e non solo di quelli che sono tutelati», che il diritto avrebbe dovuto riprendersi lo spazio occupato dalla concertazione e che cambiare modello di relazioni industriali era una «scelta politica, etica e culturale». Era un uomo di solidi principi e ideali, consapevole che, per realizzarli, non basta volerli, ma occorre prima – in questo senso era un pragmatico – valutare la realtà, analizzare i dati, osservare e prendere spunto dalla comparazione straniera. Insomma, studiare e conoscere per deliberare. La sua era un’etica cattolica del lavoro come espressione di libertà e personalità, del mercato del lavoro nel senso di incontro di bisogni di competenze e retribuzione, e non nel senso di mercificazione dei rapporti, della realizzazione dell’io come un impasto di bisogni materiali e spirituali, lontano dal materialismo marxista e più vicino a un’etica liberale dove lavoratori e datori di lavoro navigano sulla stessa barca.
Se queste erano le premesse, il diritto avrebbe dovuto assecondare le energie sprigionate dalla società e salvare chi da quelle energie rischiava di esserne escluso; nelle relazioni industriali i sindacati avrebbero dovuto smettere di farla da padroni, restituendo al parlamento il suo ruolo di rappresentanza politica; la partecipazione avrebbe dovuto sostituire la lotta sindacale dentro le imprese; la miglior tutela dell’occupazione sarebbe dovuta essere la formazione e non il divieto di licenziamento; la sussidiarietà avrebbe dovuto valorizzare le differenze e il diritto al lavoro non avrebbe dovuto confondersi con la pretesa del posto fisso.
Alcune delle sue proposte, molto ambiziose perché immaginate per un diritto rivolto a ciascun lavoratore e non alla categoria astratta in sé, sono state realizzate, altre sono state modificate, alcune abrogate, tutte criticate da un ampio spettro culturale a sinistra, in un vasto magma culturale che ha portato, solo per fare un esempio, a due referendum abrogativi dopo la sua morte, solo in tema di licenziamento. Ma Biagi aveva e ha ancora ragione.
Nel già citato libro Bianco, che ha anticipato la riforma che porta il suo nome, sono analizzati tutti i divari che continuano a percorrere la nostra società, talora persino con più profondità: giovani e anziani, precari e fissi, Nord e Sud, regolari e irregolari, uomini e donne. Avevamo e abbiamo ancora bisogno delle sue idee, di un mercato del lavoro dove flessibilità e sicurezza devono andare nella stessa direzione, verso l’adeguamento dell’istruzione e della formazione, la tutela dei diritti del lavoratore in un mercato dinamico del lavoro, la valorizzazione del merito e la libertà del rischio. E avremmo bisogno di persone che al pragmatismo del metodo affianchino la solidità dei principi e il coraggio di esprimerli.
Biagi fu condannato a morte dalle Nuove Br per essersi speso a convincere le istituzioni che il diritto è uno strumento che si deve adeguare alla realtà, se la politica vuole provare a raggiungere certi obiettivi e non limitarsi ad assecondare guerre di religione. Quelle guerre che, dietro questa o quella bandiera, con questo o quel pretesto, continuano ancora oggi a inquinare il modo in cui si confrontano le idee, in politica e fuori.