Banalità del bene e totalitarismo in versione «soft»

La vicenda di Farage obbliga a considerare quanto sia urgente eliminare ogni forma di sorveglianza statale

31 Luglio 2023

Il Giornale

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Intervenendo a Bari alla Ripresa organizzata da Nicola Porro, ragionando sul politically correct, Luigi Marco Bassani ha usato l’espressione «totalitarismo soft». La formula non deve sorprendere, dato che ormai ricorre sempre di più in quella parte della letteratura accademica che non intende magnificare il presente e al contrario si propone di denunciare il degrado delle libertà in Occidente.

Una riprova che non si tratti di un’esagerazione viene dalla cronaca inglese, dato che l’ex euro parlamentare Nigel Farage (già figura di punta del movimento che portò alla Brexit) s’è visto chiudere, qualche giorno fa, il conto bancario. Gli amministratori della Coutts, un istituto creditizio londinese, non hanno ritenuto compatibile con i loro valori averlo tra i correntisti. Com’è riportato in un documento ufficiale, «non si è trattato di una decisione politica, ma di una decisione incentrata sull’inclusività e sugli obiettivi dell’azienda».

Naturalmente gli scherani del potere si sono subito mobilitati a difesa della banca. Le cose però sono proprio così e non c’è da stupirsi. Il guaio non è soltanto che tutto ciò è vero; il guaio è che ben al di là del caso di Farage questo può succedere in ogni momento a chiunque. Lo si era già visto un anno fa, quando il governo canadese di Justin Trudeau, uno degli alfieri del totalitarismo soft, bloccò i conti di quasi 200 persone attive nella protesta contro le misure illiberali in tema di pandemia.

Nel passato la tesi prevalente era che le imprese dovessero puntare al profitto. In alcuni scritti ben noti, Milton Friedman delineò questa visione, che certo può essere criticata (in fondo ogni imprenditore conduce le proprie attività sulla base di preferenze diverse, non solo e necessariamente per incrementare i propri attivi finanziari). Purtroppo, però, quella visione è stata sostituita da una ben peggiore. Adesso domina infatti l’idea che ogni impresa abbia compiti umanitari: è la teoria della cosiddetta CSR (corporate social responsibility), che vede le aziende quali cellule di un quadro sociale all’interno del quale possono pretendere aiuti così come devono garantire elargizioni.

Oggi un’azienda deve essere etica, verde e sociale; in altre parole, deve sposare l’intero stupidario impiegato dal progressismo à la page, poiché in tal modo potrà godere di enormi benefici. Quando la banca s’è rifiutata di avere Farage tra i propri clienti s’è giustificata sostenendo che quel soggetto era ritenuto da molti «razzista e xenofobo». L’aderenza dell’istituto ai criteri etici “ufficiali” l’ha quindi spinta a chiudergli il conto.

Ognuno dovrebbe essere certo libero di avere rapporti con chi vuole. In questo senso, in una società libera il comportamento bigotto e moralista della Coutts & Co. dovrebbe essere legittimo. Il guaio è che il quadro complessivo è ben noto: il denaro è un prodotto monopolizzato dallo Stato (moneta fiduciaria) e le banche commerciali sono controllate dalle banche centrali, a loro volte guidate dalla politica. Per giunta, il contante è combattuto in vario modo e quando il cartello bancario ti esclude, tu non puoi più condune una vita normale.

La vicenda di Farage obbliga allora a considerare quanto sia urgente liberalizzare il credito ed eliminare ogni forma di sorveglianza statale, che naturalmente viene giustificata a partire dalla tutela del risparmiatore, ma nei fatti lo penalizza. Questo spiega anche perché una realtà come bitcoin sia destinata ad avere futuro, dato che annulla ogni monopolio statale sulla moneta e ogni intermediazione bancaria.

Il totalitarismo “morbido” del nostro tempo non prevede Auschwitz né Kolyma. Non vuole distruggerci, ma aiutarci, e in particolare «farci migliori». Purtroppo esso muove dalla falsa persuasione che tutti noi si sia d’accordo e che il bene sia lì: riconoscibile da tutti e alla stessa maniera. Basti ricordare che in questi giorni ai docenti universitari viene chiesto di definire i contenuti dei loro corsi sottolineando quali dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile promossa dall’Onu verranno posti al centro delle lezioni. Hannah Arendt parlò della banalità del male. Oggi siamo di fronte a una banalità del bene che qualcuno pretenderebbe di conoscere una volta per tutte e impone a tutti.

dal Giornale, 30 luglio 2023

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