Autonomia, tutto fermo: la ragione è politica

Più autonomia può solo far bene a tutti

1 Luglio 2019

La Provincia

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Da alcune settimane una delle questioni su cui Lega e Cinquestelle sembrano contrapporsi con più veemenza è quel processo di riforma che dovrebbe assicurare a talune regioni – e in prima battuta a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – qualche forma di autonomia.

A essere scesi in campo a gran voce contro il progetto non sono soltanto esponenti politici di vario orientamento, ma pure numerosi accademici. Tanta ostilità sembra inspiegabile, così come non è semplice comprendere per quale motivo il governo giallo-verde si trovi in una situazione di stallo da cui non riesce a uscire.

In fondo, le intese delineate a fatica nel confronto tra le regioni e il governo hanno delineato uno schema che, sul piano finanziario, non mette in discussione nulla: almeno in una prima fase. L’idea è di attribuire una serie di competenze alle regioni, dando loro pure le risorse per svolgere quelle attività. Nel negoziato non si è mai parlato di lasciare sul territorio i nove decimi (come avviene in Trentino), anche perché s’intende varare l’autonomia partendo dai “costi storici”.

Cosa vuol dire? In Lombardia e nelle altre regioni dovrebbero restare soltanto quelle risorse che già ora lo Stato italiano spende per una serie di servizi che, in futuro, dovranno invece essere garantiti dalle istituzioni regionali. Lo Stato avrebbe tre anni per definire i fabbisogni standard, mentre una clausola volta ad evitare rinvii introdurrebbe un finanziamento basato sui “costi medi” nel caso in cui Roma non predisponga in tempo questi strumenti.

In un recente convegno il professor Andrea Giovanardi, tributarista e membro della delegazione veneta incaricata di condurre la trattativa, ha sottolineato che in caso di adozione dei costi medi le risorse da attribuire al Veneto crescerebbero di mezzo miliardo.

Per la Lombardia si può immaginare anche una cifra superiore al doppio, ma nell’insieme – basti pensare a quanto ci sono costati quota 100 e il reddito di cittadinanza – non sono numeri assoluti significativi.

Se sul piano dei conti pubblici ogni riforma in discussione non muterà molto lo stato della finanza pubblica (anche qualora si abbandoni il criterio della spesa storica), perché le resistenze sono tanto forti?

La questione è essenzialmente politica, dato che i difensori dello “status quo” sanno che ogni piccola modifica può rappresentare una crepa nella costruzione unitaria. Si teme, forse non a torto, che iniziare a distinguere i conti e le responsabilità delle diverse aree possa minare lo Stato nazionale e porti a domandare forme sempre più ampie di autogoverno.

Il quadro costituzionale presente è tale che, piaccia o meno, non è possibile chiudere il rubinetto delle risorse che abbandonano l’economia settentrionale per arrivare al ceto politico meridionale e poi ai gruppi, anche del Nord, legati ad esso.

Le delegazioni trattanti sono state mosse da realismo, nella prospettiva di portare a casa qualcosa, e hanno quindi sempre confermato la volontà di continuare a difendere le politiche perequative. Eppure il timore che questo sia solo un primo passo crea innumerevoli ostilità, anche se sarebbe il momento di capire che più autonomia può solo far bene: a tutti.

da La Provincia, 29 giugno 2019

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