“Austerity”: acrobazie di una parola

L'austerità fatta col taglio delle spese, che lascia presagire la riduzione delle imposte in futuro, è altra cosa da quella fatta con l'aumento delle tasse

24 Agosto 2016

La Stampa

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

«La parola austerity in Europa ha creato solo danni». Lo ha detto Matteo Renzi. Prendiamolo alla lettera, immaginiamo cioè che Renzi si riferisse alla parola “austerity” e non a un certo mix di politiche. In questo caso, è difficile dargli torto: parlare di «austerity” genera confusione e, pertanto, fa danni.

Nel 2015, è stato il vocabolo più cercato nei dizionari on line della Cambridge University Press: due “picchi” di ricerche hanno coinciso con i mesi di maggio e giugno (dopo la vittoria di Cameron alle elezioni) e di settembre (prima delle consultazioni in Portogallo). Cinque anni prima era stata la parola dell’anno del Merriam-Webster. La sua fortuna, in queste classifiche, dimostra una curiosità genuina da parte delle persone. Che di austerità sentono parlare molto, senza capire bene che significhi.

L’espressione entrò in auge nell’Inghilterra degli anni Quaranta. Lo sforzo bellico presentava il conto e il governo laburista di Clement Attlee era stato eletto sulla promessa di continuare a gestire l’economia in tempo di pace com’era stato fatto in tempo di guerra: attraverso controlli dei prezzi e altre restrizioni coattive dei consumi. C’è un vecchio film di quegli anni, “Passport to Pimlico”, che immagina la secessione di quel quartiere di Londra: possibile grazie a una vecchia pergamena che lo attribuisce alla Borgogna, ma motivata dal desiderio di sottrarsi alla “austerità” post-bellica.

Sotto il profilo ideologico, le restrizioni erano compensate dall’entusiasmo di comprimere i consumi voluttuari dei più abbienti, riducendo così le diseguaglianze sociali.

Non a caso, l’austerità entra nella vita degli italiani negli anni Settanta, dopo la crisi petrolifera. A farsene paladino non è un “ordoliberista” ma Enrico Berlinguer. Per il segretario del PCI, era «il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato».

È con qualche acrobazia che il vocabolo è passato dal connotare la riduzione dei consumi privati, a descrivere il governo della spesa pubblica. Oggi austerità è sinonimo di “consolidamento fiscale”. La polemica anti-austerità tende a ipotizzare l’equivalenza fra austerity e tagli alla spesa pubblica (che s’immagina siano inevitabilmente destinati a minare lo Stato sociale).

Le stesse sentinelle del welfare, però, avevano poco da ridire su una delle misure-simbolo prese dall’austero governo Monti: cioè la reintroduzione di una tassa di possesso sulle imbarcazioni. Quell’imposta, fortemente punitiva, scaldava il cuore dei nemici delle diseguaglianze. Rendeva poco e spinse molti ad affittare un posto barca in altri Paesi, e perciò è stata abolita nel 2015.

L’austerità fatta col taglio delle spese, che lascia presagire la riduzione delle imposte in futuro, è altra cosa da quella fatta con l’aumento delle tasse. Se l’obiettivo è tenere in ordine il bilancio pubblico, lo si può perseguire in modo diverso, con effetti radicalmente differenti. La scelta fra una strada e l’altra è tutta politica.

Certo, il consolidamento fiscale fatto dal lato delle uscite costa fatica, come dimostrano le infinite traversie della spending review, mentre, diceva Maffeo Pantaleoni, «qualunque imbecille può inventare e imporre tasse».

Siccome tutto manca ai nostri politici tranne la furbizia, chi più chi meno hanno preferito l’aumento delle tasse alla riduzione delle spese. Salvo dare addosso all’austerity: proprio per non prendersi la responsabilità dei propri sforzi creativi.

Da La Stampa, 24 agosto 2016

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